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Giovedì, 20 Giugno 2024
Milano

“Gonfiato di botte fuori dal mio locale”. Il racconto del più importante cuoco-macellaio di Milano

Disavventura inquietante nel fine settimana per Giuseppe Zen, per suo figlio Nicolò e per il suo collaboratore Jozef fuori dal loro locale in Darsena. Un gruppo di ragazzini e ragazzine fuori dal locale li ha buttati in terra e li ha spediti al pronto soccorso. E poteva andar peggio

Venerdì sera, esterno notte, Darsena di Milano, metà maggio del 2024. Lo scenario è lo stesso di fronte al quale ogni fine settimana - ma ormai ogni sera - si debbono confrontare gli imprenditori che gestiscono i locali che affacciano sullo specchio d’acqua: bande di ragazzi ingestibili, aggressivi, sfrontati, spesso minorenni, sempre alterati da alcol e sostanze. “Con una escalation negli ultimi 3 anni, dopo il Covid: sempre più violenza nelle persone, sempre meno efficacia nei controlli e nelle strategie di contenimento, sempre più degrado ambientale che alimenta il circolo vizioso”. 

A farne le spese questa volta è stato il ristoratore più rappresentativo di quest’area della città, ma in realtà uno dei ristoratori e dei cuochi più rappresentativi di Milano: Giuseppe Zen. Non stiamo a raccontare chi sia e cosa significhi per la cultura gastronomica in Italia Giuseppe Zen, perché non è questa la sede, ma trovate molti riferimenti sfogliando CiboToday o altre fonti.

Il banco di Macelleria Popolare, ph. Braciami ancora

Lo chef Giuseppe Zen picchiato da una banda di ragazzini a Milano

Dopo una giornata impegnativa come sempre era ora di chiudere la sua Macelleria Popolare, una delle botteghe artigiane più straordinarie d’Italia, meta di appassionati, gastronomi e buongustai. Da qualche tempo, investendo in proprio, la Macelleria Popolare di Giuseppe Zen ha allestito il ‘lungomare’ del Mercato della Darsena con tavoli sociali, piante e panche in legno per creare una sorta di dehors utilizzabile dai clienti della bottega o dai clienti di altri banchi del mercato. 

Il diverbio in Darsena tra Giuseppe Zen e la gang di prepotenti

Ben presto però, per un'assenza di controlli cronica o meglio per una strategia non efficace sui controlli stessi, le panche sono diventate giacigli e camere da letto improvvisate oltre che quartier generale per traffici loschi. “Per migliorare questa situazione abbiamo deciso ultimamente di ritirare ogni sera le panche in legno e la situazione è un po’ migliorata effettivamente. Venerdì sera abbiamo fatto esattamente questo, ma addirittura le panche non c’erano proprio più, il solito gruppetto di sbandatelli che si è impossessato dell’area da mesi le aveva proprio portate via per farsi la loro serata dall’altra parte della Darsena. Siamo andati a recuperarle, abbiamo chiesto di alzarsi ma non c’è stato verso. Dopo qualche insistenza è successo il finimondo”.

Quanti eravate? 

Eravamo in tre: io, mio figlio Nicolò e il nostro collega Jozef.

Ad un certo punto…

Ad un certo punto non ci ho capito più niente. So solo che ero in terra con attorno un gruppo di ragazzi nordafricani e di ragazze italiane che mi spaccavano la faccia a calci. Jozef si è preso una bottigliata in faccia e non ci vedeva più nulla per il sangue ed è riuscito a rientrare nel mercato, noi siamo rimasti li fuori a prenderle…

Quanto sarà durata?

Sarà durata due minuti, ma ti assicuro che quando ti picchiano due minuti sono un anno e mezzo…

Poi? 

E poi in pronto soccorso in osservazione al Policlinico tutta la notte.

E l’indomani?

L’indomani, tutti tumefatti, ci siamo rimessi a lavorare e ci siamo fatti il nostro sabato, pensa tu…

I prodotti al banco di Macelleria Popolare

Non sarà una sorpresa questa storia dei ragazzini violenti e aggressivi, magari fatti di sostanze, che spadroneggiano in Darsena…

Il problema non sono dieci ragazzini così. Il problema è che alla sera in Darsena ci sono mille ragazzini così e sembra un problema insormontabile, mentre altrove, dove hanno avuto problemi simili (come in Francia), il problema l’hanno affrontato e hanno trovato il modo di contenerlo e di risolverlo. A me sembra come se ci sia una volontà specifica di tenere questa situazione di tensione e violenza dove però perdono tutti, anche i violenti stessi, che sprofondano ancora di più nel loro disagio.

Poteva andare peggio?

Poteva andare infinitamente peggio. Potevano avere un coltello, come succede assai spesso

Ragazzi e ragazze, picchiavano senza distinzione?

Ecco, questo dettaglio me lo ricordo. Me lo vedo. Delle ragazzine, sicuramente minorenni, sicuramente italiane, che buttano in terra un cuoco sessantenne distrutto di stanchezza dopo ore di lavoro in piedi e lo prendono a calci in faccia.

Arrabbiato?

L’incazzatura umana è già passata. Resta la consapevolezza di un disagio sociale profondissimo che è colpa non di questi ragazzi, ma probabilmente mia, tua, di tutti noi. Questa gente cerca di emanciparsi dalla bruttezza e lo fanno a modo loro, agendo come mafiosetti e facendolo con la droga, con le donne, nella maniera magari che hanno visto nei film o nelle serie o nelle canzoni. 

Non sarebbero mai giustificati, ma non sarà che in qualche maniera li avete provocati? 

Neppure un po’. Non c’è stato proprio bisogno. Ci confrontiamo ogni giorno con piccole prepotenze e io sono diventato console onorario del volersi bene, ogni sera me ne dicono di tutti i colori e dissimulo, e faccio l’amicone, e faccio finta di non sentire. Certo ad un certo punto dopo numerose richieste che non volevano assolutamente sentire gli abbiamo provato a togliere le nostre panche da sotto. Apriti cielo… Di certo non eravamo usciti per litigare, né eravamo pronti a farlo, infatti le abbiamo prese di santa ragione.

Chiamare le autorità non avrebbe avuto senso?

Purtroppo no. Cosa faccio, chiamo i Carabinieri e gli dico che c’è una comitiva di prepotenti che non ne vuole sapere di alzarsi da delle panche? Si fanno una risata. Giustamente…

Hai in mente qualche soluzione?

Sono cose più grosse di noi. Nel mio piccolo però io ho proposto di pagare di tasca mia una vigilanza privata. Mi hanno risposto che non si può, che posso metterla solo all’interno del mercato, dove però non serve. Fuori invece è spazio pubblico e dovrebbe essere affare di Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Locale.

Già, dovrebbe…

Io non voglio insegnare ad altri come fare il loro lavoro, ma dico solo che forse fare controlli svogliati girando superficialmente in auto fa paradossalmente l’effetto contrario, irrobustendo la prepotenza di chi si sente al di sopra dello Stato. Forse non è chiara la gravità della disgrazia in corso, il tutto non sembra gestito per quello che è: ovvero un’emergenza.

Lo staff di Macelleria Popolare

Avete denunciato dopo il pronto soccorso?

Lo faremo oggi (lunedì). Sabato abbiamo lavorato, domenica abbiamo dormito tutto il giorno, oggi ci pensiamo…

Speriamo in qualche provvedimento…

E in cosa dovremmo sperare? Che li mandino al Beccaria? Con quale risultato? Che da delinquetelli da quattro soldi diventano delinquenti veri? Non so. Serve una presenza dello Stato prima che accadano piccoli o grandi reati, non dopo. Più che provvedimenti per questi disperati, provvedimenti per ripristinare l’educazione. 

Una storiaccia con qualche risvolto positivo? 

Sempre bisogna cercarle le pieghe positive, anche nelle vicende come queste. Il primo risvolto positivo è vedere tutta la squadra che dopo essere stata pestata e dopo aver passato la notte insonne al pronto soccorso alle 10 e mezzo di sabato mattina ha lasciato l’ospedale ed è andata ad aprire la clèr per servire i mille clienti del sabato.

E poi?

E poi Jozef Marku, il mio collaboratore di origini albanesi. Che secondo la TAC ha uno zigomo fratturato e la faccia aperta dal vetro della bottiglia con cui l’hanno picchiato. Gli hanno dato 30 giorni di prognosi. Ha rifiutato. 

Ma perché?

Perché ha detto che non voleva in alcun modo gravare sullo Stato.

Macelleria Popolare

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