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Mercoledì, 19 Giugno 2024
Palermo

In Sicilia un gruppo di ragazzi ha salvato dall’estinzione le albicocche delle Madonìe

Si chiama Terre di Carusi l’associazione che ha lavorato sulle Madonie per recuperare gli alberi di albicocco di Scillato, una varietà che stava scomparendo

A circa 700 metri dall’ingresso nel paese, un daino salta di colpo sull’asfalto affiancandosi all’auto su cui viaggiamo. Una scena da fiaba, ma solo per chi ignora la piaga di questo territorio. Nelle campagne di Scillato, paesino di sole 600 anime nell’entroterra siciliano, gli ungulati sono diventati nemici degli agricoltori. La loro presenza nei monti madoniti è aumentata a dismisura negli ultimi anni insieme a quella dei cinghiali, racconta la gente del posto. Brucano tutto ciò che trovano, anche in aree impervie. E nonostante svolgano un’attività ecologica naturale, per molti, senza predatori sono un problema per i campi.

Una gemma in estinzione. L’albicocca di Scillato

Una pianta di Albicocche di Scillato

L’auto su cui viaggiamo accosta vicino a un vecchio frutteto. “Quello che vedi là è un campo di albicocchi abbandonato” spiega il trentottenne Alberto Battaglia, laureato in Scienze forestali e da poco assunto all’Arpa, Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente “l’ultima raccolta l’hanno fatta 3 anni fa. La signora ormai è troppo anziana e irrigare costava troppo. Hanno lasciato tutto così. Quel poco che rimane verrà divorato dai daini”. Battaglia, che prima lavorava in bottega, ora ha il posto fisso. Tutti in zona lo conoscono come uno dei carusi di Scillato, un gruppo di ragazzi appassionati di coltivazioni e agricoltura. Non solo. Circa 10 anni fa, si presero un impegno che andava ben oltre la semplice curiosità botanica. Salvare dall’estinzione l’autoctona albicocca di Scillato, un piccolo comune di poco più di 600 abitanti sulle Madonie in provincia di Palermo.

Il gruppo di giovani che protegge le albicocche

Le coltivazioni di frutta in questo posto sono essenzialmente due – racconta – arance ed albicocche. Le seconde, una varietà dal frutto piccolino e precoce (la raccolta solitamente comincia gli ultimi giorni di maggio, ndr) sono da sempre considerate un tesoro. Fino agli anni ’90 c’era gente che le richiedeva da ogni parte della regione”. Poi lo spopolamento, l’abbandono dei terreni e le leggi del mercato stavano spezzando la favola dell’albicocca.  Nell’arco di qualche anno, la piccola gemma dal sapore e il profumo “estasianti”, è passata da semplice rarità, a una varietà quasi estinta. C’è mancato tanto così.

La storia dei carusi di Scillato

Un turning point di rilievo è il 2012, quando Battaglia frequenta un corso da operatore agricolo, finanziato dal Comune di Scillato e organizzato in collaborazione con la ex Facoltà di Agraria dell’Università di Palermo. Tra gli obiettivi dell’iniziativa c’è la rivalutazione delle colture locali. I circa 50 partecipanti (tra cui una ventina di Scillato) del corso seguono gli insegnamenti del professore Francesco Sottile, docente presso il Dipartimento di colture arboree dell’Università degli Studi di Palermo e figura di spicco di Slow food, che trasmette alla sua classe la passione e l’entusiasmo per il recupero di ciò che si sta perdendo.

La confettura fatta con le albicocche recuperate

Alberto Battaglia di Terre dei Carusi

A credere davvero nell’albicocca di Scillato però sono solo in quattro. Dopo l’attestato ottenuto dal corso, non mollano il colpo e insieme fondano una piccola associazione, Terre di Carusi. Per salvare i pochi alberi rimasti, il primo passo è rilevare gratuitamente i terreni a rischio abbandono dagli anziani del posto. “All’inizio ci guardavano tutti con un misto tra curiosità e diffidenza. Poi piano piano si è creata una grande sinergia. Vedevano che lavoravamo duro e ci credevamo. Ecco perché hanno iniziato ad affidarci i terreni con gli albicocchi, che vedevano finalmente ordinati e rigogliosi”.

Gli alberi a frutto sono aumentati, (ora siamo a 600), ma c’era anche qualcos’altro a cui pensare. Dotare l’eccellenza di un circuito economico piccolo sì, ma necessario. Così si è lavorato sulla ricetta della confettura, una delle declinazioni più amate dell’albicocca di Scillato. “Rispetto alla ricetta tradizionale, abbiamo aumentato la percentuale di albicocca: prima si faceva il 50% tra zucchero e frutto. Ora la percentuale del secondo è salita al 65%”.

Gli alberi resistono e crescono anche. Più albicocche

Nel 2014, anno in cui l’albicocca di Scillato è diventata Presidio Slow food, la produzione fu di 800 vasetti. Nel 2017 si era arrivati a 8000 confezioni. “Per noi il Covid è stata una po’ una salvezza. I pacchi delivery destinati a Palermo durante il lockdown contenevano un mix di tutte le eccellenze madonite, tra cui le albicocche e i vasetti di confettura. Col passa parola il nostro capoluogo stava riscoprendo questo piccolo frutto. Dopo la pandemia, però, siamo tornati un po’ in basso”.

I seicento alberi resistono: l’annata più ricca è stata 5 anni fa (40 quintali) e ora l’albicocca costa circa 3 euro al chilo, ci dice Battaglia. Prezzo di zona, perché fuori dalla Sicilia è praticamente una chimera. “Sappiamo che non è una sfida semplice, ma io seguo sempre il consiglio di Sottile. Anche se la produzione è poca non bisogna mollare”. La speranza è che la gente dalla città si ricongiunga alle proprie radici e riprenda in mano i vecchi terreni. Intanto, i carusi di Scillato non si arrendono. “Il mio augurio è che non tornino solo i pensionati. Per salvare queste terre devono tornare pure i giovani”.

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