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Domenica, 25 Febbraio 2024

Lavinia Martini

Editor di CiboToday

La carbonara è una macchina per fare soldi e clic facili

Soldi, ma anche visualizzazioni: toccare il piatto che rappresenta la romanità nel modo più maldestro e spinto possibile non è un gioco innocente

A Roma quando qualcuno insiste su una cosa per un secondo fine, si dice che “ce marcia”, sfrutta gli eventi per far parlare di sé. Ma oltre che un modo di dire, è un esperimento sociale all’interno del quale siamo a busta paga tutti quanti. C’è chi sa - consapevolmente - che toccare certi tasti genera una reazione, una valanga che ha il profumo dei soldi. E poi c’è chi mente. E questo in gastronomia lo rappresentano poche cose come la carbonara.

I numeri dei ristoranti della carbonara

In Puglia questa pasta ha una sorella, l’Assassina, con cui condivide molte cose. La fama tutto sommato recente, la ricetta rigirata più volte come un pedalino, una certa forma di ossessività che stuzzica chi se la mangia ma anche solo chi la vede in foto. La carbonara sembra una pasta innocente e invece è una leva di business che fa spavento: lo raccontano bene i numeri snocciolati da Dossier dove, salvo qualche scricchiolio, i fatturati dei marchi associati ai ristoranti concentrati sulla cucina romana, con una comunicazione spintissima sulla carbonara, alla fine dell’anno contano qualche milione di euro. E stiamo tenendo fuori tutte le attività a gestione diretta e indiretta, il luogo dove si fanno veramente gli incassi.

Gli articoli come i ristoratori: cedono al vezzo della carbonara

I ristoranti che hanno in carta la carbonara possono dirvi che è uno dei piatti più ordinati, se non il più ordinato di sempre. Togli quello e spazzi via un importante pezzo di fatturato. Sui social e sui media in generale non assistiamo a nulla di diverso. La fila fuori da Osteria da Fortunata, un posto che si è inventato la tradizione assolutamente non romana di fare la pasta fresca davanti a una finestra e che a Via del Pellegrino “c’ha la fila fuori”, è paragonabile all’afflusso di commenti, like e indignazione che produce un qualsiasi giornale, influencer o blogger quando parla di carbonara. Anche qui, è tutto un meccanismo consapevole, tranne per quelli che commentano e sbraitano. La carbonara è la testa d’ariete delle visualizzazioni. Le abbiamo fatte pure noi da queste parti – a suon di insulti e buffe minacce – quando abbiamo sperato che sparisse dai ristoranti per lasciare spazio ad altri piatti e ad altri argomenti. 

La carbonara è una macchina per fare soldi

Quello che sembra un innocente piatto di pasta è a suo modo un prodotto in vendita, un brand tutto romano, o romanizzato, intorno al quale gira un vero e proprio business fatto di soldi, di prodotti, di coperti che girano, di post e di articoli di giornale. E se i commenti non fanno poi tanto rumore, perché i social sembrano ancora gratis, le cifre dei ristoranti che abbiamo visto e di tutti quelli che ancora non sappiamo, di quelli che si sono inventati la “pasta poke”, che è solo una carbonara take away dentro la stessa ciotola di carta dove vanno salmone ed edamame, parlano da sole. Certo non è tutto oro quel che luccica, ci sono anche le perdite e i costi ingenti, ma questo non toglie che molte insegne si attacchino alla carbonara come a una bombola dell’ossigeno e spingano l’acceleratore a manetta su quei pochi ingredienti, pasta, uovo, pecorino e guanciale. Diventa una sorta di religione, una setta che non smette di fare proseliti. Come recitava un ciclo di opere di Andy Warhol: “repent and sin no more”. Pentitevi e non mangiatene più.

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