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Martedì, 23 Aprile 2024

Lavinia Martini

Editor di CiboToday

Contro la mania di andare nei ristoranti solo perché c’è la fila

Ristoranti, pizzerie, paninerie, pasticcerie: le città sono tappezzate di lunghe code di fronte a insegne quasi o del tutto insospettabili. Abbiamo cercato di rispondere alla domanda più immediata: chi ve lo fa fare?

All’interno del mondo gastronomico, ne sono spuntati di sottogeneri letterari che andavano ben oltre le interviste agli chef, le classifiche dei prodotti e le recensioni. Sono nate l’epopea degli scontrini (soprattutto in estate), le lamentele dei ristoratori sull’assenza di personale, infine il mito del ristorante con la fila fuori, una cosa che affonda le sue radici in tempi antichissimi – viene da chiedersi quanto – vista l’espressione di uso comune “c’è la fila fuori” che serve a indicare che nessuno è indispensabile, manco per fare cassetto aziendale.

Il fenomeno fila: tutto è sold out

Tuttavia oggi quella della “fila” fuori dal ristorante più che una normale conseguenza di attività che lavorano particolarmente bene, sembra diventata un’assurda mania collettiva, contro la quale non si può praticare uno shaming qualsiasi, un bullismo verso i clienti che decidono di perdere ore e ore del proprio tempo fuori da un locale che fa panini o uno che vende croissant, magari anche con pioggia o caldo asfissiante. Bisogna anche cercare di comprendere quali sono le leve che agiscono nella creazione di questi fenomeni, come cambiano la ristorazione e come impattano sul cibo e sui clienti.

Le file che ci son sempre state

Per chi vive a Roma, vedere alcuni locali con la fila fuori, code anche lunghissime, di ore, è diventata un’abitudine. Eppure bisogna ricordare che lunghe attese fuori dai locali ci sono sempre state, in Italia come all’estero, soprattutto per le insegne più famose o in quelle che non prendono prenotazioni. Per esempio la fila fuori da Enzo al 29° Trastevere, alla Pizzeria ai Marmi, al Grottino a Testaccio, al Pizzarium di Bonci. A Napoli da Sorbillo, per dirne una, alla piadineria Al Campanone a Sant’Arcangelo di Romagna. Insomma se l’insegna funziona, saranno in tanti a volerci andare, soprattutto negli orari di punta. Ma se paragoniamo questo afflusso sostenuto a certi fenomeni odierni, l’Antico Vinaio, Con Mollica o Senza, Osteria da Fortunata, Farmacia del Cambio la mattina, vediamo che intervengono altri fattori. E tutti hanno a che fare con i social.

La paura di essere fuori dalla moda del momento

Mangio per 24 ore solo dove c’è fila” è uno dei video dello youtuber Pratt che gira per Roma. La fila diventa quasi una notizia in sé, che va oltre e si aggiunge a quella del cibo buono o dell’apertura del ristorante. Sui Social il passaparola corre veloce, su di esso soffiano spesso campagne di influencer marketing che creano fenomeni giganteschi (più o meno in trasparenza), come il caso di Osteria da Fortunata, dall’altro lato del telefono sono in pochi a volersi sentire fuori dalla conversazione, a dire di non aver provato quel piatto che va tanto di moda, in quel ristorante di cui parlano tutti. Esiste una psicopatologia strettamente collegata a questo fenomeno, definita con l’acronimo inglese “FOMO”, fear of missing out, la paura di stare fuori da dove capitano le cose, di perdersi pezzi importanti di vita sociale e ne siamo tutti più o meno affetti. Aggiungiamoci che scegliere di andare in un ristorante o un altro, ha sempre rappresentato uno status, sia che il posto sia costoso, sia che sia chiacchierato.

Cornetti e panini per essere virali

E ancora i social, entrano in gioco quando si parla di numeri, visualizzazioni e viralità. Spesso ad accrescere questi fenomeni sono i content creator, o anche gli utenti che vorrebbero diventare influenti, che desiderano raccontare esperienze che sono sulla bocca di tutti nella speranza di avere anche solo un decimo della visibilità che sta investendo certi posti. Questo spiega anche perché molti dei locali in cui si fa più coda siano anche posti abbastanza economici, dalla spesa contenuta, dove non c’è un vero sbarramento all’accesso. Chi ci va sa che con un croissant cubico potrà forse ottenere molto interesse sui social, innescando un circolo vizioso potente.

Molta fila = molta qualità

La fila crea sicuramente aspettative positive” commenta Valentina Venturato, food writer che racconta ristoranti e organizza eventi a tema gastronomico da anni “è come il parcheggio pieno di tir fuori dalle trattorie sulla statale. C’è un sacco di gente, si mangerà bene: è questo quello che molte persone pensano. Si potrebbe sicuramente sfruttare intelligentemente il tempo in cui si sta in fila 20-30 minuti per cercare di capire che tipo di ristorante è quello per cui stiamo facendo la fila, e magari scegliere di andare da un’altra parte”. Quello che è sicuro è che ormai, con le sponsorizzazioni a pagamento, l’equazione tra molta fila = molta qualità, è diventata del tutto inverosimile. Ma anche andare in un certo locale solo per poter dire che il posto in cui vanno tutti fa schifo, probabilmente verrà considerata un’esperienza da raccontare, almeno secondo alcuni.

Come ogni moda – ne abbiamo già parlato diverse volte – può avere aspetti felici, innocui e infelici. E come tutte le mode, forse si affievolirà con il tempo, avrà meno presa sui turisti, ancor più inermi di fronte alla complessa scelta dei ristoranti fuori casa, scemerà il suo appeal verso i local. Gli aspetti positivi? Difficile vederne, se non nelle tasche di chi si arricchisce (magari anche a ragione!).

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