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Lunedì, 4 Marzo 2024

Emiliano Gucci

Collaboratore

Perché sempre più stranieri vengono a fare vino in Italia?

Arrivano da ogni parte del mondo in una delle principali patrie del vino: ma come ci arrivano? E perché? Un po’ di analisi

Non solo Sting sui colli fiorentini o Carole Bouquet a Pantelleria, non necessariamente gruppi finanziari e fondi internazionali o grandi magnati dai luoghi che più ti aspetteresti. A investire nella produzione di vino in Italia troviamo sempre più spesso persone della porta accanto (o quasi), piccoli imprenditori e grandi sognatori che per un motivo qualsiasi hanno deciso di compiere il passo, lasciare la terra natia e talvolta anche un lavoro, una carriera, una strada già segnata, per intraprendere una nuova avventura tra i nostri vigneti. E proprio quel motivo qualsiasi può essere dettaglio da indagare, anche al cospetto delle difficoltà logistiche, linguistiche, culturali, che certi soggetti accettano di affrontare pur di raggiungere l’obiettivo.

Grandi acquisizioni in crescita

Il fenomeno appare in crescita fin dalle grandi acquisizioni, laddove capitale cerca capitale e la presenza di un socio estero, spesso detentore del pacchetto di maggioranza, diviene in Italia sempre più frequente. In tale ambito gli orizzonti si disegnano sulla redditività economica e sul prestigio: del resto abitiamo il Paese che produce più vino al mondo, secondo per esportazioni soltanto ai cugini francesi.

L’area più ambita è quella toscana, dove l’evento scatenante può considerarsi l’acquisizione del Castello Banfi da parte degli italoamericani John e Harry Mariani sul finire degli anni ’70, col Brunello di Montalcino sdoganato sui mercati esteri, cerchio che idealmente può chiudersi con la cessione della storica Biondi Santi al gruppo francese Epi, datata 2016. Seguono cacciatori di aziende in Lombardia, Veneto, Sardegna e soprattutto Piemonte, dove tanto rumore fece il magnate russo della vodka, Roustam Tariko, quando acquisì l’impero della bollicina Gancia (per poi compiere parziale retromarcia). Ma proviamo a volare più basso.

Il grande fascino del Piemonte

Proprio su Cibo Today, relativamente al Piemonte, abbiamo raccontato di Isabelle Philine Dienger, giovane tedesca che dopo un passaggio in Austria ha scelto Barolo per la sua vita e la sua viticultura, non distante dall’australiano Tom Myers che non si è fermato in Borgogna ma ha preferito le Langhe per la sua cantina D’Arcy.

A Cremolino, nel Monferrato, è approdata Sarah Wallace, nativa di New York e qui al fianco del compagno Claudio Cepollina nella gestione di Casa Wallace, giusto per citare un altro profilo attento alla sostenibilità, tema che troviamo spesso centrale nei viticoltori provenienti dall’estero. Lavoro e redditività ma dunque anche amore, sogno, ambiente, passione: queste le parole chiave che rintracciamo nelle loro storie.

Chianti Classico colonizzato

Stando alla Toscana, dove con i miei occhi ho assistito anno dopo anno a una vera colonizzazione delle campagne vitate, i racconti sono dei più disparati. Quando conobbi gli Anichini di Vallone di Cecione, tra le poche famiglie chiantigiane rimaste a operare nella conca d’oro di Panzano in Chianti, la memoria di Giuliano Anichini ripercorreva come il tempo avesse cambiato i profili d’intorno, vecchie fattorie restaurate e rilanciate da soggetti olandesi, svizzeri, francesi, filari che oramai riempiono il campo visivo a dispetto di “quella promiscuità che faceva la bellezza del Chianti Classico, orti, uliveti e filari di cipressi a intervallare le vigne”, nell’abbraccio del bosco. Talvolta chi arriva dall’estero si lega a un socio, un partner, un amico italiano che meglio sa muoversi (o perlomeno ci prova) tra incartamenti e cavilli della nostra burocrazia, talaltra il sodalizio nasce esclusivamente tra stranieri.

Alleanze tra sognatori

Sean O’Callaghan, vignaiolo nato in Sri Lanka da famiglia inglese e formatisi nei vigneti verticali del riesling tedesco (abbiamo raccontato qui la sua storia), giunse in Toscana per vacanza nel 1989 e praticamente non è più ripartito. A lungo è stato complice del connazionale John Dunkley nel firmare il successo di Riecine, sui colli di Gaiole in Chianti. Dal 2016 affianca l’industriale austriaco Karl Egger in Tenuta di Carleone, con base a Radda in Chianti.

“Specie fino a qualche anno fa, tutto nasceva dalla voglia di vivere qui, persone innamorate dell’Italia che cercavano casa in un posto bello e magari la trovavano con qualche ettaro di vigna” mi ha raccontato Sean. Spesso è proprio la vacanza a farsi galeotta, un viaggio disinteressato a far scattare la molla: i profili di una collina, l’atmosfera di un borgo, i panorami che si ammirano aprendo una finestra. “A volte si cominciava a fare vino come conseguenza, poi nasceva la passione e la voglia di crescere”. Tra gli ostacoli più difficili da superare il più chiacchierato è la già citata burocrazia, “vuoi investire del capitale e sembra non sia gradito, per non dire dei costi di gestione, dei contributi, di quanto è complesso ottenere una certificazione biologica”, tanto che qualcuno vi rinuncia per sfinimento.

Strani accenti sulle colline lucchesi

Non c’è solo Montalcino, non c’è solo Chianti, anzi, girellando tra i vigneti toscani è sempre più facile imbattersi in proprietà straniere – anche in zone meno blasonate e proibitive, non per questo meno affascinanti. Si prenda a esempio la storia recente delle colline lucchesi, dove il tedesco Wolfgang Reitzle ha scelto la bucolica cornice di Villa Santo Stefano per produrre il suo olio e il suo vino, mentre l’olandese Robert-Jan Van Ogtrop sta riconsegnando allo splendore la storica Tenuta di Forci, progetto incentrato su agricoltura e viticultura biodinamiche ma anche permacultura, ritiri immersivi e pratiche rigenerative.

Il sogno di vivere in Italia che sposa quello di fare il vino

In località Matraia, nel comune di Capannori, sono approdati i bavaresi Engels, che hanno trovato nella fattoria Colle Verde “il luogo ideale dove coltivare i nostri valori, oltre che i vigneti”, pensando sempre al rispetto dell’ambiente e della tradizione. Katrin Engels rivela che anche loro, in realtà, cercavano soltanto casa, “magari con qualche ulivo, qualche filare di vite”, il marito Patrick aveva interessi in Veneto e “desideravamo vivere qui, tra mare in montagna. Ci è sempre piaciuto molto abitare in Italia”. Di ulivi da curare se ne sono ritrovati 3.000, ben 8 gli ettari vitati, a loro neppure la burocrazia ha fatto paura perché “quando affronti acquisizioni di questo genere sei preparato e non puoi solo fantasticare, devi essere pratico. E in fondo la burocrazia esiste anche in Germania”. Taluni dicono sia più snella, ma chissà, ciò che appuriamo è che certi ostacoli difficilmente fermano la forza dei grandi sogni.

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