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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Agricoltura

Così la Calabria è diventata produttrice di un riso salmastro e pregiato

Sembra bizzarro pensare che in Calabria si coltivi il riso. Eppure c’è una pregiata produzione nata grazie a una storia d’amore di circa un secolo fa

Per tradizione il riso viene associato al nord Italia dove indubbiamente esistono le risaie più famose per la sua produzione (come quelle del territorio di Vercelli). Eppure, quasi nessuno sa che in Calabria si coltiva una qualità riso che ha delle caratteristiche organolettiche pregiate e una storia interessante. Anzi, due storie! Una ha radici lontane nel tempo; un’altra appartiene al secolo scorso ed è addirittura legata a un soldato tedesco che nel 1943 rimase bloccato a Sibari a causa di un bombardamento.

Seicento ettari per la produzione del riso calabrese

La piana di Sibari prende il nome dall’antica Sybaris greca (Σ?βαρις), uno dei centri nevralgici della Magna Grecia. I resti della città, con le sue stratificazioni secolari, sono ancora visibili e fanno parte del Parco Archeologico di Sabari, un sito visitabile di grande interesse storico.  È la pianura più grande della regione, fu bonificata durante gli anni Trenta, favorendo l’agricoltura, e comprende diverse cittadine. Oggi, le aree coltivate per la produzione del riso della Piana di Sibari occupano una superficie di oltre seicento ettari in questa zona dell’alto Jonio cosentino che dista dal mare solo pochi chilometri. Con molta probabilità il territorio destinato alla coltivazione potrebbe espandersi poiché questa qualità di riso sta conquistando sempre più mercato e tanti consumatori, anche esteri, la stanno conoscendo e apprezzando.

Riso della Piana di Sibari: bella realtà nata dalle brutture della guerra

Alcuni chicchi di riso

La storia più recente delle risaie calabresi parte, come dicevamo, dal dopoguerra. All’epoca la produzione era inviata alle aziende dell’Italia settentrionale. Solo dal 2006 le realtà agricole calabresi, tutte a conduzione familiare, hanno iniziato ad amministrare la fase produttiva del riso di Sibari: dalla semina alla vendita del prodotto finito che oggi è apprezzato per la sua qualità.

L’azienda agricola che unì Italia e Germania

Secondo alcune fonti locali, chi ebbe l’idea di coltivare il riso nella piana di Sibari fu l’ufficiale dell’esercito tedesco Heinrich Müller che durante la Seconda guerra mondiale si trovava a Sibari insieme alla sua truppa. A causa del bombardamento della zona avvenuto il 15 agosto 1943, la ferrovia rimase a lungo inutilizzata obbligando il giovane ingegnere Müller, rimasto ferito, a soggiornare in Calabria. Qui rimase attratto da una ragazza del luogo – Anna Toscano – che gli fece da infermiera. La giovane che era anche di buona famiglia ricambiò le attenzioni e si innamorò dell’ufficiale. La loro storia d’amore fu coronata dal matrimonio avvenuto a fine guerra e anche dal lavoro di lui nell’azienda agricola della facoltosa famiglia Toscano. Infatti, come regalo di nozze lui ricevette un appezzamento di terreno di cento ettari circa, appartenenti ai latifondi della famiglia di lei.

Il “tedesco” che innovò la produzione di riso in Calabria

Gli abitanti locali lo chiamarono affettuosamente “il tedesco”, anche per le sue idee innovative che rivoluzionarono l’intero comprato agricolo, sebbene avesse già visto un cambiamento grazie allo zio della sposa. L’innovazione di Müller consisteva nell’introduzione del riso tra le coltivazioni della Piana di Sibari. Fu capace di creare la prima linea commerciale di riso di Sibari venduto in scatole di cartone da un chilo chiamato “Riso Müller /Toscano” che riportavano come simbolo l’effige posta sulla moneta antica della città greca di Sibari. Per coltivare il riso egli realizzò delle opere ingegneristiche di un certo rilievo che servivano per irrigare poiché ovviamente era necessaria abbondante quantità di acqua. L’acqua del Pollino si rivelò ottima per la qualità del riso stesso.

L’innovazione in ambito turistico

Un campo di riso con diverse piante

Nei decenni successivi alla guerra, “il tedesco” potette sperimentare altre iniziative e si rivelò pioniere anche nel comparto turistico costruendo una struttura alberghiera chiamata Hotel Bagamoyo che in lingua swahili significa “qui ci lascio il cuore”, a memoria della sua campagna d’Africa durante la guerra. Per comprendere la mentalità aperta e coraggiosa dell’ingegnere tedesco, bisogna sapere che la Piana di Sibari era collegata malissimo, era senza un aeroporto e non esisteva ancora l’Autostrada del Sole.

Da Carlo Magno all’attuale filiera di produzione nella Piana di Sibari: caratteristiche del riso di Sibari

In realtà la narrazione di un riso in terra calabrese è ancora più antica e partirebbe da quando Alessandro Magno conquistò l’Asia nel IV secolo, portando il riso in Occidente. Il cereale passò dalla Calabria per raggiungere la Pianura Padana. Nel IX secolo, gli arabi iniziarono a coltivare il riso proprio in Calabria insieme ad altri prodotti oggi peculiari del territorio come gli agrumi.

Il microclima insieme alla particolarità del territorio donano al riso di Sibari delle qualità organolettiche particolari. Per gli esperti ha un retrogusto salato grazie all’influenza del mar Jonio. Infatti, l’azione della salsedine impregna i terreni salmastri, ma assolati, rendendo questa qualità di riso unica nel suo genere.

Come si coltiva il riso di Sibari

La lavorazione del riso di Sibari è artigianale e avviene in 135 giorni. La pianta erbacea annuale è chiamata Oryza Sativa che pare risalga a 4000 anni prima della nascita di Cristo. La produzione ha tante varietà: carnaroli, arborio, integrale, originario e c’è anche un nero. Ogni tipologia ha un suo utilizzo in cucina e ben si abbina ad altri prodotti del territorio come gli agrumi, il caciocavallo silano, la liquirizia, gli insaccati e i funghi porcini. Grazie alla coltivazione del riso, questa pianura ha anche acquisito valore naturalistico. Infatti, anche la fauna ha ripreso ad abitarla; non è raro trovare cicogne e aironi che sorvolano i campi delle risaie.

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