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Venerdì, 24 Maggio 2024
Agricoltura

La crisi del caffè? Epocale! "Il caffè normale sparirà, in futuro solo specialty nelle tazzine”

Al ritorno da un viaggio nei paesi produttori, Francesco Sanapo racconta lo spopolamento delle piantagioni e i danni del cambiamento climatico. Mentre il costo della tazzina aumenta, il caffè come bene di massa è destinato a scomparire?

Il primo segnale di allarme, quando una filiera agroalimentare attraversa alcuni incidenti, sono i rincari per il consumatore. Ce ne siamo accorti a Pasqua per il cacao e di conseguenza il cioccolato, ed è di pochi giorni fa il report di Assoutenti circa l’aumento del 15% negli ultimi tre anni del prezzo medio di un bene considerato commodity essenziale, specie nel nostro paese: la tazzina di caffè. Quanto saremo disposti a spendere per il rito quotidiano al bar o la moka del mattino? Fin dove reggerà la filiera dei chicchi a basso prezzo, prima di soccombere al consumo di prodotti alternativi? Per ragionare sul tema — che tracima dall’ambito economico e coinvolgere la disponibilità stessa del caffè per come lo conosciamo — abbiamo raggiunto Francesco Sanapo, già Campione Italiano Baristi, assaggiatore professionale di caffè, nonché imprenditore e torrefattore con sei locali del marchio Ditta Artigianale a Firenze. Secondo il quale c’è un’unica alternativa davvero sostenibile: il caffè specialty.

Pianta e frutti del caffè

Sei di rientro da un lungo viaggio tra le piantagioni dell’America Centrale e Latina. Com’è andata?

Tra lo scorso settembre e 10 giorni fa sono stato in Colombia, Honduras, Guatemala, El Salvador. Poi Panama e Costa Rica, dove sono tornato a visitare le coltivazioni dei produttori con cui collaboriamo. Quello che ho visto è preoccupante, e mi porta a prendere una posizione ancora più drastica del solito.

Ovvero?

Ovvero che il futuro del caffè o sarà il caffè specialty (qui il dettaglio di cosa si intende quando si parla di caffè pregiati e a filiera etica e controllata, con uniformità organolettica, assenza di difetti, profilo gustativo interessante e dunque mediamente più costosi; Ndr), oppure, semplicemente, non sarà.

Cosa significa? Il caffè come lo abbiamo sempre usato negli ultimi decenni è a rischio scomparsa?

Dobbiamo metterci in testa che sì, quello che pretendiamo di comprare a basso costo, al supermercato e nei vari canali della grande distribuzione — così come la tazzina a poco più di un euro al bar — non solo diventerà sempre più caro, ma potrebbe tra non molto non essere proprio più disponibile.

Francesco Sanapo con alcuni produttori in Costa Rica

Come si spiega?

Mentre ero con gli agricoltori in piantagione, è capitato più volte di vedere campi limitrofi abbandonati, con piante di caffè lasciate andare in rovina. Ho chiesto loro come mai, e mi hanno spiegato che molti agricoltori non se ne curano più, le hanno abbandonate e magari sono emigrati negli Stati Uniti. 

È sempre più difficile coltivare, certo, ma già si parla di nuove varietà di piante studiate in laboratorio e che riescono a crescere e a fare frutti nonostante la crisi climatica...

Si okkay, ma io ho domandato come mai non le avessero rilevate loro quelle piantagioni abbandonate, e al di là del climate change mi hanno risposto che sarebbe stato impossibile...

Motivo?

Non si trovano più persone disposte a lavorare alla raccolta!

Manca manodopera anche nei paesi che sono tra i più grandi produttori di caffè, quindi...

Proprio così. E il motivo è che la filiera del caffè di largo consumo, proprio quello che vogliamo pagare poco, non permette di dare paghe dignitose

Francesco Sanapo tra piante di caffè in Honduras

Nessuno vuole stare chino nei campi per garantire all’occidente una tazzina a 1 o 2 euro...

Esatto: i giovani fuggono. Anche lì.

I fornitori che coltivano prettamente caffè specialty hanno problematiche un po’ attenuate?

I nostri fornitori, che si occupano di specialty e hanno una visione un po’ più illuminata, a volte si limitano a raccogliere solo il main crop, che è quello più remunerativo. Il resto lo lasciano lì, perché non conviene. 

Però anche se non abbastanza il prezzo della tazzina continua a salire. Questi aumenti faticano a entrare nelle tasche dei lavoratori?

Sì, perché nella ‘tempesta perfetta’ che sta prendendo forma concorrono altri fattori.

Ad esempio?

Il cambiamento climatico, come abbiamo detto prima, che non è affatto una favoletta. Come qui, anche nel continente americano fa sempre più caldo, e l’innalzamento delle temperature ha conseguenze su due binari: da un lato le piantagioni devono salire sempre più di quota, disboscando pezzi di foresta per farsi strada in altitudine. Un danno che non ci possiamo permettere.

La foglia di una pianta di caffè attaccata da un fungo-2

Anche perché stanno subentrando leggi molto quanto meno in Europa: non si potrà più comprare materia prima (caffè verde) che non sia certificata come non frutto di disboscamenti selvaggi. C’è dell’altro?

Certo: il grande calore (il 2023 è stato ad esempio l’anno più caldo mai registrato in Brasile, primo produttore di caffè al mondo, danneggiando pesantemente la filiera, Ndr), insieme a periodi di siccità impoveriscono il terreno e quindi indeboliscono le piante. Gli agricoltori avrebbero bisogno di intervenire con concimi di sintesi — per chi produce caffè di qualità, entro i dovuti parametri — ma anche quelli, a seguito delle criticità geopolitiche che si ripercuotono sulla disponibilità di sostanze chimiche, sono carissimi. 

Viene da pensare anche al costo dei trasporti e ai vari incidenti internazionali degli ultimi tempi, che hanno complicato flussi e distribuzione di merci in tutto il mondo. E anche al cambio euro-dollaro, poco favorevole.

Tutti elementi con un grande peso in una situazione che, per quello che ho visto, vive un punto di non ritorno.

La domanda di caffè nel mondo, però, non sembra scemare.

Affatto. E chiaramente certi volumi non saranno in alcun modo sostenibili. 

Francesco Sanapo in una finca in Honduras

In un articolo di Christopher Nims sul Wall Street Journal si ragiona sul fatto che la metà dei terreni adibiti alla coltura del caffè entro il 2050 diventerà inutilizzabile, e che al momento attuale nel mondo si consumano 3,1 miliardi di tazze di caffè al giorno. Mettiamoci che la popolazione è in continua crescita, e dunque i conti non tornano… Qualcuno infatti sta già pensando ad alternative sintetiche.

Esattamente. Ciononostante, io penso che lo specialty sia l’unico modo per intravedere un futuro per il caffè. Non bisogna lavorare come sciacalli in cerca della materia prima più economica, ma diffondere la cultura del giusto prezzo, permettendo a chi lavora nelle prime fasi della filiera di fare un lavoro consapevole, con strumenti adeguati per rispondere alle criticità del cambiamento climatico. E permettere di remunerare bene, trattenendo i lavoratori sul territorio. Per giunta, in paesi che hanno in questo commercio una delle principali fonti di guadagno.

Il caffè quindi davvero sostenibile dovrà essere pagato di più. Alla faccia dello spauracchio dei rincari.

È così. Non più un banale bene di consumo, ma un prodotto agricolo con una filiera etica in tutte le fasi. Alla fine, nelle tazze di tutti, non potrà arrivare che un caffè più buono ed etico. Anche se più costoso.

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