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Giovedì, 18 Luglio 2024
Agricoltura

I 50 anni de La Stoppa. La cantina che ha rivoluzionato un territorio

La svolta del vino naturale è passata anche da qui, grazie a questa cantina che ha trasformato l’area dei Colli Piacentini. L'intervista a Elena Pantaleoni

Quando in un dibattito sul vino si vuole affrontare il tema delle fermentazioni spontanee e quello del terroir, cioè la capacità di realizzare etichette in grado di valorizzare i vitigni tipici di un territorio e il suolo dove sono coltivati, uno dei punti di riferimento italiani è senz’altro l’esperienza de La Stoppa, sui Colli piacentini.
 

Nel 2023, sono 50 anni che la cantina è condotta dalla famiglia Pantaleoni. Elena aveva 26 anni e faceva la libraia a Piacenza quando, nei primi anni ‘90, la ereditò dal padre, che nel 1973 l’aveva acquistata dagli eredi del fondatore, l’avvocato Ageno. Affiancata dall’enologo Giulio Armani, già in forze dal 1980, ha fatto dell’azienda di Rivergaro un’icona del territorio, capace di far da traino per la crescita di numerose esperienze legate al mondo dei vini naturali. Per esempio favorendo la nascita di tante piccole cantine indipendenti, guidate da vignaioli che, invece di pensare a massimizzare la produzione per conferire l’uva alle cantine sociali, hanno scelto un approccio più rispettoso in vigna e in cantina per poi trasformare, imbottigliare e cercare consenso sul mercato.

Elena Pantaleoni in una foto

Mi ritengo fortunata” spiega Elena mentre scendiamo le scale che portano in uno dei luoghi più importanti dell’azienda agricola, cioè la cantina per l’affinamento costruita dal padre. Qui riposano migliaia di bottiglie come La Macchiona e l’Ageno, dedicata al fondatore, vini che raccontano in profondità il territorio della Val Trebbia e i vitigni autoctoni, che sono Barbera e Bonarda (Croatina) tra i rossi, Malvasia di Candia Aromatica e Ortrugo tra i bianchi.

Tutt’intorno alla Stoppa, alla casa dove vivono Elena e la madre, le vigne occupano 30 ettari. Vicino ai filari, però, ci sono anche un orto e un pollaio, che servono per l’autoconsumo e per il ristorante agricolo, aperto a pranzo tre giorni a settimana e solo su prenotazione. La cucina quest’anno ospiterà cuochi da tutta Italia per il calendario di appuntamenti pensato da Elena per festeggiare i 50 anni della cantina, una serie di pranzi e cene in programma fino a dicembre che vedrà arrivare anche amici e amiche vignaioli da tutta Italia. Abbiamo intervistato Elena per capirne di più.

Entriamo subito nel vivo: può, una cantina, rappresentare la chiave di volta per un territorio?

Quello che è successo negli ultimi anni sui Colli Piacentini a mio avviso è legato all’amicizia e alla capacità di trovare interlocutori in grado di condividere una scelta di vita, di accogliere una passione e farne un lavoro.

Più nello specifico?

Quando La Stoppa ha ottenuto un minimo di visibilità con i Tre Bicchieri assegnati dal Gambero Rosso alla Macchiona 2005, nonostante le proteste vibranti di alcuni colleghi sul territorio, ne abbiamo approfittato per far capire a tutti che si potevano produrre qui grandi vini da vendere a un prezzo medio superiore ai 3€. Insieme a Giulio Armani e a Massimiliano Croci, vignaiolo di Castell’Arquato, abbiamo poi immaginato di aiutare gli altri anche a livello tecnico, offrendo loro spazio nelle nostre cantine o supportando nella fase di trasformazione.

Questa sinergia continua ancora adesso?

Certo. Oggi quando le persone vengono in visita alla Stoppa, abbiamo sempre anche i vini degli altri da far assaggiare.

La concorrenza tra di voi non è un tema...

Ma no, anzi! Facilitiamo l’incontro con eventuali importatori, sul territorio continuano ad arrivare giovani, come Claudio di Distina, Roberto de La Poiesa e Shun Minowa. Noi però non siamo qui per convincere nessuno, ma per alimentare scintille, quando le vediamo.

La Tenuta

I protagonisti dei festeggiamenti fanno vino in tutta Italia. È stato importante lo scambio nella crescita del vino naturale in Italia?

L’unione ha fatto la forza. Ciò che ho descritto a livello locale, esiste anche a livello nazionale e internazionale, siamo una vera “comunità”, secondo l’idea di Terra Madre. Questo concetto dai vignaioli lo allargo anche a chi viene per conoscere la nostra esperienza, e non è legato alle vendite, ma all’acquisizione di una maggiore consapevolezza. Oggi, rispetto a prima, siamo più ascoltati, questo significa maggiore responsabilità, più rigore nei messaggi.

Però avete fatto anche delle scelte non scontate. Giusto?

Credo sia stata importante, nel nostro percorso, la scelta di tornare al Vinitaly, più di 10 anni fa. Volevamo dimostrare che i nostri vini potevano essere considerati “normali”, anche se la differenza era che non c’erano hostess, ma noi dietro i banchetti, a metterci la faccia, tutti insieme.

Un ruolo lo ha svolto anche la comunicazione, nel vostro caso anche il cinema. Nel 2014 siete stati tra i protagonisti di “Resistenza naturale” di Jonathan Nossiter.

In questi vent’anni la formazione e l’informazione è stata troppo spesso demandata a noi vignaioli. Metterci la faccia in alcuni casi ha significato che siamo diventati protagonisti più delle nostre aziende, più del nostro vino. Per questo, abbiamo fatto anche errori madornali. Oggi ci sarebbe bisogno di far chiarezza, in particolare si rischia altrimenti di promuovere un modello dove l’agricoltura è completamente assente, anche nel racconto dei progetti. Per me andrebbe comunicato in modo chiaro che il vino naturale è figlio di un territorio, tutto il resto è metodo, quello che si fa in cantina, che non è meno importante ma dipende dall’agricoltura.

Ovvero?

Se osservi il luogo dove sei, troverai vini corrispondenti, che siano invecchiati 10 anni come i nostri o rifermentati in bottiglia come quelli di Croci, che rispondano al clima e al terreno. Questo si deve sentire, questa era l’idea iniziale di TripleA, la nostra distribuzione in Italia, che richiama l’idea di vignaioli agricoltori, artigiani e artisti. Il vino naturale “moderno” è un feticcio, che si muove intorno ad alcuni stereotipi, quelli del vino macerato, del vino rifermentato o con macerazione carbonica o in anfora, che ogni cantina deve avere. In mezzo a tanti, però, ci sono giovani come Shun Minowa che prima affitta e recupera una vigna abbandonata e oggi sta realizzando la sua cantina.

Qual è stato, a tuo avviso, l’elemento più importante per fare de La Stoppa l’azienda che è oggi?

Secondo me il rigore, la costanza e la coerenza. Negli anni e grazie all’osservazione, siamo arrivati a capire che cosa viene bene qua e non abbiamo assecondato ciò che piace a noi. Abbiamo scelto di lavorare sull’identità: un Pinot Nero, una Sirah, sarebbero state sempre la copia di qualcosa già fatto altrove. Ci siamo dati la libertà di sperimentare con la consapevolezza di avere pochi obiettivi e chiari, legati alla volontà di fare vino di territorio. Per molti siamo stati coraggiosi, ma non mi sento coraggiosa. Lavorare con la Natura mi ha insegnato ad avere una visione lunga.

In che senso? Non si può parlare di coraggio?

Il mio non è coraggio, ma tengo alla mia azienda e riesco a vederla anche oltre la mia stessa vita: La Stoppa esisteva prima di me, vorrei che esistesse anche dopo. Non sono io, né Giulio. Noi diamo un’indicazione, una direzione, ma l’azienda deve sopravviverci. Altrimenti avremmo lavorato male. Lo stesso approccio vogliamo passarlo alle persone che lavorano con noi. Del resto il mio amico Stanko Radikon (vignaiolo artigiano, morto nel 2016, ndr) diceva che la bontà del vino è talmente soggettiva che passa in secondo piano e che l’importante, per essere capiti e seguiti, è essere rigorosi.

E poi c’è anche il discorso dei prezzi.

Venti anni fa ci prendevano in giro per i prezzi bassi, ma oggi molti capiscono che etica non è solo coltivare in biologico o vinificare con fermentazioni spontanee, ma costruire una squadra che lavori insieme tutto l’anno o creare una comunità di clienti e fornitori. I miei vini hanno un prezzo che permette a quasi tutti di aprire la bottiglia. Incontro tanti giovani che mi ringraziano.

E che ti dicono?

Mi dicono che l’Ageno è stato il loro primo vino naturale bevuto, quello che ha spalancato loro gli occhi su un mondo tutto da esplorare.

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