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Sabato, 20 Aprile 2024
Agricoltura

La peste suina è un problema enorme. Un allevatore spiega perché

Un virus diffuso tra suini selvatici e domestici che non ha rischi diretti per l’uomo, ma che mette a repentaglio un’intera filiera agroalimentare. Mattia Bellinzona di Terre di Sarizzola, azienda piemontese, racconta la sua esperienza

“Oggi mi definisco un ex allevatore, perché di fatto la stalla è rimasta vuota”, racconta a CiboToday Mattia Bellinzona, titolare dell’azienda Terre di Sarizzola sui colli tortonesi. Un’impresa agricola e suinicola in provincia di Alessandria che dal 2022 sta facendo i conti — come molte altre tra Piemonte, Liguria e Lombardia; ma nei mesi scorsi, anche in Sardegna, Calabria e Lazio, nonché, negli ultimi giorni, in Emilia-Romagna — con l’epidemia di peste suina che sta mettendo a repentaglio la produzione dell’azienda e insieme, potenzialmente, un intero comparto agroalimentare. Ci ha spiegato bene la situazione e la sua esperienza.

Mattia Bellinzona, proprietario di Terre di Sarizzola

Che cos’è la peste suina

Importante fare chiarezza: la peste suina non comporta alcun rischio per la salute dell’uomo. Come precisa il Ministero della salute, si tratta di un’infezione che interessa suini domestici e selvatici — ovvero i cinghiali — e che non è trasmissibile agli esseri umani. La malattia, però, è altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, sostenuta da un virus della famiglia Asfaviridae (genere Asfivirus), incapace di stimolare la formazione di anticorpi neutralizzanti. Un fattore che rende molto complessa la formulazione di un vaccino, ad oggi non disponibile. “Non ci si può contagiare mangiando carne infetta, nemmeno cruda”, precisa Bellinzona, che non è soltanto imprenditore ma anche presidente di zona Coldiretti per Tortona, “ma le persone possono fare da vettore, entrando in contatto con carcasse o feci di animali infetti e introducendo così, involontariamente, il virus negli allevamenti”. Scoperta in Africa nel 1921, poi segnalata in altri continenti, la peste suina provoca febbri, emorragie e difficoltà respiratorie nelle bestie, inducendo di frequente la morte. Il “caso 0” italiano è stato rilevato in un cinghiale a Ovada, in provincia di Alessandria, il 7 gennaio 2022, ma il virus era già diffuso in Belgio, Romania, Repubblica Ceca e altri paesi europei.

Cinghiali selvatici

I rischi della peste suina per il comparto agroalimentare

Se, come detto, il virus non è in grado di attaccare l’uomo, come mai allora l’allarme è tanto diffuso e grave? “Perché il settore suinicolo, in Italia, vale circa il 3% del PIL”, spiega Bellinzona, “e una diffusione incontrollata della malattia avrebbe esiti disastrosi per l’intero comparto”. Per limitare il contagio, infatti, ci sono direttive comunitarie emesse dall’Unione Europea con standard che seguono la strategia della “terra bruciata”. Spieghiamo meglio: “A inizio 2022 sono state stabilite tre fasce. La zona di restrizione 3 è quella in cui il virus è penetrato tra i suini domestici, rendendo necessario l’abbattimento e lo smaltimento delle carcasse. Nella fascia 2 — dove rientra la mia azienda — la malattia è comparsa tra i cinghiali; i suini vanno comunque macellati, ma le carni si possono lavorare e mettere in commercio, essendo esenti da rischi. Poi c’è la fascia 1, ovvero la zona cuscinetto confinante con altre interessate, dove non ci sono focolai. Anche qui, per sicurezza, si applicano le misure relative a queste ultime".

Maiali allo stato semibrado

L’obiettivo principale è evitare che la peste suina si diffonda nei maggiori centri di produzione, “concentrati soprattutto in Piemonte — nel cuneese —, Lombardia ed Emilia Romagna. Dovesse arrivare, la malattia provocherebbe danni più che ingenti”. Quella descritta è quindi una situazione composita, che però comporta ripercussioni a livello nazionale. “Ci sono molti paesi stranieri che non riconoscono la nostra struttura regionalistica e hanno bloccato le importazioni di tutti i prodotti italiani di questo tipo. Il problema, a livello internazionale, è già grave”.

L’esperienza di Terre di Sarizzola, azienda agricola piemontese 

L’azienda Terre di Sarizzola è con Mattia alla sua quarta generazione, e conta un totale di 100 ettari, di cui 20 boschivi. Nei rimanenti ci sono vigneti — il vino è stata la prima attività, da metà Ottocento — poi cereali e foraggi, “che ho voluto valorizzare, mettendoli più a reddito e usandoli per l’alimentazione dei suini. Oggi siamo tornati a reggerci quasi del tutto sulla vitivinicoltura, perché di animali non ne abbiamo più”. Bellinzona dopo la laurea in Enologia ha infatti deciso di installare un allevamento allo stato semibrado, con 5 ettari dedicati. “I maiali erano alimentati con i nostri cereali biologici e lasciati a stalla aperta, per poter uscire in qualsiasi momento. Questa scelta, allo scoppio dell’epidemia, ci ha paradossalmente penalizzato”. In azienda avveniva anche la trasformazione in salame nobile del Giarolo, insaccato tipico della zona. 

Il salame nobile del Giarolo di Terre di Sarizzola

Dopo il primo caso di inizio 2022 abbiamo dovuto isolare gli animali in stalla, con tempo fino al 14 aprile per macellare tutti e 30 i capi. Secondo le direttive potevamo trasformarne le carni, cosa che ci ha permesso di lavorare ancora per un po’”. Tanti colleghi che non disponevano di strutture interne per la lavorazione, non avendo modo di “spedire” altrove le mezzene, hanno dovuto eliminare le carcasse, “così come tutti quelli che si trovavano in fascia 3”. C’è stata poi un’ulteriore criticità, in una zona che punta sull’enoturismo e l’accoglienza in azienda: “Sono state bloccate tutte le attività outdoor, come le camminate e i trekking, se non su strada asfaltata. Questo per il rischio”, spiega Bellinzona, “di entrare in contatto accidentale con il virus e fare da vettore dentro gli allevamenti”. Il bando è stato rimosso nell’estate 2022, “e oggi per fortuna si può di nuovo andare a funghi e tartufi, pur seguendo norme di sicurezza”. 

Un maialino domestico

Peste suina: situazione attuale e ripercussioni

Come stanno le cose a 22 mesi dal primo focolaio? “Di allevamento allo stato brado naturalmente non se ne parla. Si sta però cominciando a reintrodurre gli animali, solo con stabulazione chiusa e norme di biosicurezza rafforzata. Il che rende tutto più dispendioso e complicato. Inoltre parliamo di un virus che a ogni replica perde di ‘efficacia’, come abbiamo imparato”. A ciò si aggiunge la riduzione del rischio da contagio da parte dei cinghiali, “che in queste province si sono pressoché estinti; o per malattia o per abbattimento con caccia di selezione. Riducendo la popolazione che si può ammalare, si contiene la diffusione del virus”. 

Terreni dell'azienda Terre di Sarizzola

Prima che le zone interessate possano tornare in “fascia bianca”, occorre passi un certo lasso di tempo dall’ultimo rinvenimento di un cinghiale infetto; un traguardo che sembra ancora lontano. Per quanto riguarda Terre di Sarizzola, questa oggi la situazione: “Non voglio abbandonare un settore sul quale ho tanto investito, e ho trovato un allevatore in zona sicura che tratta i suini come voglio, con tutte le certificazioni. Ora compro i maiali finiti, al peso di 200 kg, li faccio macellare e li lavoro. Un’operazione che ha un bilancio quasi pari a zero, tra i costi legati al reperimento della materia prima e l’interruzione dell’economia circolare che avevo impostato tra la coltivazione dei cereali — che ora posso soltanto vendere a basso prezzo — e l’allevamento dei suini”.

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