Ricevi la nostra Newsletter

L'unico modo per non perderti nulla sulle novità gastronomiche suggerite da Cibotoday. Ogni mattina nella tua e-mail.

Venerdì, 19 Luglio 2024
Agricoltura

I pinoli italiani stanno scomparendo e sono carissimi. Gli esperti ci spiegano la crisi

Cambiamento climatico, attacchi parassitari e concorrenza dei paesi stranieri stanno affossando la produzione italiana. Un ristoratore e un grande produttore raccontano le ragioni di scarsità e prezzi alle stelle

Al supermercato, volendo preparare un po’ di pesto genovese fresco, oppure una torta della nonna, al momento di scegliere i pinoli viene quasi da cambiare idea. Cina, Turchia, Pakistan; quando va bene il Mediterraneo: il prodotto italiano è pressoché introvabile. E quando c’è, ha un prezzo medio che viaggia tra gli 80 e i 130€ al kg.

Le cose però fino a qualche anno fa stavano diversamente, con il pino domestico diffuso in quasi tutte le regioni del Paese, o quantomeno quelle sul mare, che hanno sempre incluso i pinoli nei loro ricettari.

Abbiamo chiesto a Roberto Panizza, un ristoratore e produttore di pesto ligure, nonché a Daniele Ciavolino, titolare di una delle aziende leader in Europa nel settore della frutta secca, di raccontarci cosa sta succedendo.

Pinoli italiani

Il produttore di Pesto Genovese: “A Genova non si trovano più pinoli”

Roberto Panizza è un ristoratore — è suo Il Genovese, insegna di cucina ligure in Via Galata —, produttore e commerciante di pesto artigianale, nonché ideatore del Campionato Mondiale di Pesto Genovese fatto al Mortaio con la sua associazione Palatifini. Dunque uno che la ricetta a base di basilico dop, olio della riviera, Parmigiano e pecorino, sale e pinoli la conosce molto bene.

Pesto a base di pinoli

Anche lui fa fatica ad approvvigionarsi di frutta secca italiana: “A Genova i pinoli sono sempre stati abbondanti”, racconta a CiboToday, “arrivavano anche dal Medio Oriente, grazie all’attività del porto, ma se ne trovavano anche di locali. Ormai spariti”. Oppure da altre zone d’Italia, “come la Toscana, dove me ne ricordo di buonissimi dalla pineta di San Rossore, nel pisano. Ma anche dal Lazio, Campania, Calabria…”. 

Le ragioni della crisi dei pinoli italiani

Meno espressivi del loro terroir rispetto, ad esempio, alla vite e la sua uva, anche i pinoli hanno differenze qualitative in base alla provenienza. “Ricordo l’aromaticità e il profumo di resina dei pinoli toscani, che oggi non riesco a reperire”; per il suo pesto Panizza evita le importazioni cinesi e continua a ricercarne di italiani per il fresco — “ma per i vasetti siamo obbligati a rivolgerci altrove” —, sempre più in crisi per diversi fattori: “Il riscaldamento globale sta mutando le condizioni climatiche, e i pini sono esposti ad attacchi parassitari. Per questo”, prosegue, “anche se gli alberi non muoiono, danno pigne molto più scariche e meno produttive. Se in passato una tonnellata di pigne ti dava 100 kg di pinoli, magari oggi te ne dà solo 50 kg”. L’impennata dei prezzi è una naturale conseguenza.

Pinoli siberiani

Attacchi parassitari e contromisure che non si applicano: la prospettiva del produttore

Abbiamo chiesto a Daniele Ciavolino — titolare di Ciavolino International ad Ardea, leader della frutta secca in Europa — di tratteggiare la situazione dal suo osservatorio. “La crisi dei pinoli italiani è in atto da una ventina d’anni, ed è un fenomeno complesso”, racconta a CiboToday. “Il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature hanno scombussolato le cose, e reso le conifere meno resistenti ad attacchi di insetti e parassiti di vario genere”. Una volta che la pianta è in sofferenza, gli effetti non sono immediati, “perché la pigna impiega 3 anni sulla pianta per dare i pinoli. Se c’è un problema, quindi, i suoi effetti hanno ripercussioni lente e a lungo raggio”. Da una parte produzioni più esili e dall’altra malattie che portano anche alla morte dell’albero, “qualcosa di simile e contagioso come la xylella per gli ulivi, per la quale in realtà abbiamo studiato per trovare antagonisti naturali. Ci sono delle ricerche che però il nostro Ministero delle Politiche Agricole sembra non aver ancora recepito, anche se di tempo non ce n’è più”.

Pinete di San Rossore in Toscana

L’aumento dei prezzi dei pinoli e la concorrenza dei prodotti stranieri

Gli stessi problemi affliggono, seppur in misura minore, anche altri paesi del Mediterraneo, “ma in Portogallo, Turchia e Spagna sono stati più veloci sulle contromisure, e la loro produzione va avanti”. La Ciavolino, dunque, riesce a contare su una piccola percentuale di prodotto laziale, “su qualcosa a macchia di leopardo, magari in Toscana, Campania, Calabria. A volte Veneto e Sardegna. Ma il grosso dobbiamo importarlo dall’estero”. Si selezionano quindi prodotti di qualità da Pakistan, Siberia e altrove in Europa, con prezzi di vendita al dettaglio che risentono anche di altri fattori. “Non solo scarseggia la materia prima, ma parliamo di una filiera con una lavorazione dedicata, che per il 99% va fatta a mano”, precisa Ciavolino. “Quando c’era abbondanza di prodotto i prezzi erano competitivi”. E ora non più.

CiboToday è anche su Whatsapp, è sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

CiboToday è in caricamento