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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Agricoltura

Il vignaiolo dello Sri Lanka che ha puntato sull’autoironia per firmare i suoi vini

Sean O’Callaghan è detto il “Guercio” per il suo occhio destro, provato da uno spiacevole incidente avvenuto durante l’infanzia. Nei suoi vini il riscatto di una vita passata tra le vigne italiane

“Chi voleva prendermi in giro mi chiamava il guercio, così un giorno ho utilizzato questo nome per firmare direttamente i miei vini”. Sean O’Callaghan è nato nelle campagne di Hatton, Sri Lanka, dove il padre lavorava in una piantagione di tè. Aveva sette anni quando la famiglia tornò all’Inghilterra natia, a tredici lo misero a studiare in un collegio: “Noi novizi eravamo sottoposti a una specie di rituale, correvamo nel corridoio tra due file di letti allineati, al buio, mentre i compagni ci prendevano a colpi di guanciale. Un cretino aveva nascosto un anfibio militare nel suo cuscino, mi colpì al volto e il mio occhio destro, già problematico dalla nascita, si fece buio”. Passò tre mesi all’ospedale col rischio di perdere anche l’altro, il viso e il carattere che ne uscirono cambiati, forgiati, fino all’(auto)ironia che oggi gli permette di indossare la benda nera da pirata e di firmarsi con cinque tratti di matita: naso, bocca, occhio, una X al posto dell’altro.

In vigna ph. Benedetta Falugi

Tra Somerset, Reno e Chianti Classico

I primi approcci con la materia vitivinicola avvennero nei filari dello zio, “nel Somerset, zona fredda e umida, per niente vocata, la vendemmia che iniziava a dicembre. Pensai bene di diventare un bevitore di birra”. Poi però finì la scuola e si spostò in Germania, studiò all’università di Geisenheim e lavorò nei vigneti terrazzati del riesling, sulle rive del Reno e del Nahe, imparando quanto siano inestricabili territorio, clima, uomo: in una parola, il terroir.

La cantina de Il Guercio ph. Benedetta Falugi

Dopo la laurea giunse in Toscana per una vacanza e vi conobbe il connazionale John Dunkley: nel 1991 la loro amicizia aprirà la strada del successo per Riecine, splendido paradiso del sangiovese in quel di Gaiole in Chianti, dove Sean resterà per ben 25 anni producendo vini straordinari, coi riconoscimenti che si sprecano. È proprio il sangiovese a conquistarlo tanto, “la varietà nobile del territorio come nebbiolo e pinot noir lo sono al nord”. Quando sbarcò in zona “si facevano troppi vini per piacere al mercato internazionale, trascurando l’identità chiantigiana e anteponendo la cantina al lavoro agricolo”. Le sue convinzioni premono in direzione opposta e collocano la vigna al centro; infatti, non smette mai di cercarne di nuove, studiandone suoli ed esposizioni per comporre il suo mosaico ideale. Adeguato a esprimere al meglio il carattere del territorio.

La lavorazione dell'uva de Il Guercio ph. Benedetta Falugi

Karl Egger e la tenuta di Carleone

Dopo la separazione da Riecine, nel 2015 Sean O’Callaghan imbottiglia e firma una vendemmia a marchio Guercio, cinque tratti di matita per stilizzare naso, bocca, occhio, una X al posto dell’altro. Nel 2016 l’ultimo (per ora) dei fortunati incontri, quello con l’industriale austriaco Karl Egger che già aveva fondato la Tenuta di Carleone coi primi tre ettari acquisiti nei dintorni di Radda in Chianti. Egger che in tema vitivinicolo lascia campo libero a Sean, utilizzando invece il proprio fiuto e la propria esperienza per muoversi al meglio sul fronte dei mercati. La base definitiva diviene quella che un tempo fu di Podere Aja, proprio vicino al pittoresco borgo di Radda, gli ettari vitati sono già 34 con appezzamenti oltre i 600 metri, timidi spazi riservati a qualche varietà autoctona e internazionale ma assoluto protagonista il toscanissimo sangiovese.

Sean O'Callaghan con i vini di Tenuta di Carleone ph. Benedetta Falugi

Il loro Chianti Classico ne dona già un’espressione palpitante, vino vivo e chiantigiano nell’essenza, saporito ed elegante, mentre quello ribattezzato Guercio resta terreno ideale per le sperimentazioni, lunghe macerazioni in cemento ed estrazioni importanti, sorso che emoziona. Ancora sangiovese nel rosato, ottenuto “da una specie di salasso in vigna, coi grappoli tolti per concentrare il frutto di quelli restanti”, quindi nello spumante metodo classico dalla vendemmia 2018, tre anni sui lieviti e lungo affinamento, presto sui nostri schermi. E via andare.

Sean O'Callaghan tra le sue vigne ph. Benedetta Falugi

Gli amori del Guercio

Se un giorno chiedi a Sean un vino bevuto che mai dimenticherà può rispondere “la riserva di Riecine del 1986 che assaggiai non appena arrivato in Toscana”. Un libro che gli è rimasto nel cuore, “The Vintner's Luck della neozelandese Elizabeth Knox, che narra l’incontro tra un viticoltore borgognone e un angelo incontrato tra i filari”. Una canzone come colonna sonora, “Cold little heart di Michael Kiwanuka: mi è entrata dentro”, sentenzia, poi magari il giorno dopo cambia idea, chi può saperlo. Di certo non passa il suo amore per questa terra e per il sangiovese: “È meraviglioso e complicato, ribelle, scorbutico, può venire leggero e profumare di fragoline oppure concentratissimo, una bomba nel bicchiere. Ma quando lo lavori bene, è sublime”. Parola del Guercio.

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