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Lunedì, 4 Marzo 2024
Le Storie

La start-up italiana che crea farina dagli scarti del carciofo

In Italia la produzione di scarti dalla lavorazione industriale del carciofo è altissima. Da qui l’idea di Circular Fiber, realtà innovativa che utilizza gli eccessi per produrre farina in maniera sostenibile e circolare

Si parla spesso di scarti in cucina e nell’industria agroalimentare, senza poi arrivare al dunque nella maggior parte dei casi. Cosa si fa nel concreto per evitare lo spreco alimentare? Una risposta plausibile ci viene data da questa start-up veneta/friuliana: si chiama Circular Fiber, fondata da Nicola Ancilotto e Luca Cotecchia, ed è una società che punta tutto su innovazione agroalimentare ed economia sostenibile e circolare. A Pordenone, hanno sviluppato e prodotto una farina di carciofi chiamata KARSHOF utilizzando gli scarti dell’ortaggio. Un brevetto su cui puntano gli ideatori che proprio a partire dagli eccessi della trasformazione industriale del carciofo, “vuole portare sul mercato dei prodotti innovativi e alternativi e renderli fruibili a tutti”. Ma cos’è la farina di carciofo?

Dagli scarti industriali del carciofo nasce la farina di Circular Fiber

La farina di carciofo: cos’è e da cosa nasce

Come affermano gli ideatori della start-up Circular Fiber: “Il 30% della produzione di frutta e verdura dell’UE viene perso o sprecato, causando ingenti perdite economiche ed enormi problemi ambientali”. Un dato importante da cui partono Nicola e Luca, il primo con esperienza più che decennale come direttore commerciale nel settore dei grandi impianti industriali, il secondo un biotecnologo industriale in campo agro-farmaceutico. Utilizzare gli scarti della lavorazione industriale del carciofo e trasformarla in una farina funzionale ed edibile da utilizzare per creare pasta, pane, grissini, pizze. Un progetto nato a partire dalla tesi di laurea di cinque studenti del master MBA al MIB Trieste School of Management, su cui poi si è puntato per farlo diventare un business aziendale attraverso processi innovativi e brevettati. Circular Fiber è infatti parte del progetto Terra Next di Fondazione Cariplo, che sostiene l’innovazione nell’ambito della bioeconomia e dell’agricoltura rigenerativa. Il risultato? Una farina funzionale ricca di nutrienti, senza glutine, ad alto contenuto di fibre, bassissima in zuccheri, con alta digeribilità ed elastica.

Alcuni grissini creati con la farina di carciofo

Le cifre record dello scarto alimentare del carciofo in Italia

L’Italia è considerata la più importante nazione al mondo per la produzione di carciofi, anche per la grande varietà qui coltivata. Tre le Igp (Brindisino, Paestum e Romanesco del Lazio) e una Dop (Spinoso di Sardegna) in testa a una vastissima produzione localizzata soprattutto a sud e nelle isole. Un vegetale che però si presta a produrre una grossa quantità di scarto, soprattutto nella sua lavorazione industriale: “Il carciofo è un vegetale con proprietà uniche ma con scarto del 75% quasi i tre quarti dell’intero. Si pensi alla produzione dei cuori di carciofo, ad esempio. Inoltre l’Italia è in testa anche nella produzione di scarti europei, con oltre il 60%”, spiega Nicola Ancillotto. Un numero impressionante, senza considerare che il carciofo è anche un alimento altamente deperibile. La soluzione anti spreco è per i due imprenditori nella trasformazione in un prodotto che è terzo, la farina appunto, attraverso un processo veloce e con basse emissioni di CO2.

Gli scarti del carciofo in Italia sono altissimi

La logica anti spreco di Circular Fiber parte proprio dal processo produttivo e dalla catena dei fornitori. Minimizzare i costi, evitare inutili passaggi con i produttori di scarti di carciofo e velocizzare il sistema di lavorazione: sono i punti cardine di Circul Fiber che stringe partnership dirette con i produttori di zona, in modo da evitare lunghi ed esosi trasporti. Tutto arriva dalle zone limitrofe e viene trasformato in tempi brevi, abbassando costi e mantenendo alta la qualità. Il risultato un prodotto con una shelf life (ovvero scadenza) di tre anni. Un’idea replicabile anche a partire da altri vegetali, ed esempio lungimirante di come fare impresa agroalimentare in maniera sostenibile.

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