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Sabato, 24 Febbraio 2024
Le Storie

Tutti fanno gin, ma come riconoscere un gin di qualità? I consigli dell’esperto

Tutti ne parlano, pochi ne sanno davvero: abbiamo chiesto a Il Gingegnere, volto italiano del distillato a base di ginepro su Instagram e TikTok, di aiutarci a riconoscere un gin di qualità

Come si degusta un gin e quali sono i parametri che fanno la differenza all'interno del mare magnum di proposte nel 2023? Nell'epoca del boom del distillato a base di ginepro, è necessario fissare dei punti fermi per non lasciarsi guidare tanto dallo storytelling quanto dalla degustazione del prodotto. Specialmente nel momento in cui si sceglie con quale gin preparare un Gin Tonic. È difatti sempre più comune, nei bar di tutta Italia, che il bartender ci chieda con quale gin (la marca specifica) vogliamo che venga preparato il nostro cocktail, ma anche la crescente consapevolezza (quantomeno curiosità e interesse) del consumatore.

Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Borgianni, meglio conosciuto come "Il Gingegnere" e gin influencer italiano. Con uno stile simpatico e a tratti dissacrante, ma anche una preparazione tecnica figlia del suo lungo percorso dietro al bancone (ancora oggi è il Bar Manager del bar dell'hotel di famiglia a San Gimignano, in provincia di Siena), Borgianni è riuscito infatti a diventare un vero e proprio punto di riferimento per gli amanti del gin, raccontando dapprima solamente quelli italiani e allargandosi ultimamente anche a quelli stranieri con un seguito di oltre 100.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok.

Come si degusta un gin

"Partiamo dalle basi" esordisce l'autore del libro Gingegneria Applicata - Il Giro d'Italia in 100 Gin (ed. Il Forchettiere), appena uscito in libreria con la sua seconda edizione. "Per capire la qualità di un gin, va prima di tutto degustato liscio, ovvero da solo, poi diluito con un cubetto di ghiaccio e solamente alla fine sperimentato, se vogliamo, anche dentro un cocktail". Versando lo spirito in purezza in un semplice calice o, ancora meglio, un piccolo bicchiere da degustazione come quelli che si usano per la grappa, si può infatti analizzare ciò che abbiamo davanti da tutti e tre i punti di vista necessari. "Come nel vino, ci dobbiamo servire dell’analisi visiva del prodotto, seguita da quella olfattiva e infine da quella degustativa".

Il colore, opaco o cristallino

Il primo parametro che ci indica se ci troviamo di fronte a un gin di qualità o meno, così come quello più facile da riconoscere, è senz'altro il colore. "Se il gin è trasparente e cristallino, spesso significa che questo è stato distillato. Se invece il liquido è scuro e opaco, è più probabile che si tratti di un compound ottenuto tramite infusione a freddo. Esistono tanti tipi di gin, ma il London Dry - distillato da disciplinare - spicca sicuramente su tutti".

Un drink con gin e fiori

La morbidezza e la pungenza del ginepro

Cosa significa che un gin deve essere morbido? Risponde Il Gingegnere: "Innanzitutto parliamo di morbidezza all'olfatto quando il gin mantiene quella classica pungenza del ginepro, qualcosa che si dovrebbe trovare sempre in quanto botanica fondante di ogni gin, ma resta comunque molto elegante e delicato. Per spiegarci meglio, non bisogna mai avere un colpo alcolico alle vie nasali". Parafrasando, se dopo averlo annusato rimane un sentore troppo persistente di alcol, significa che la base alcolica utilizzata per il gin analizzato è di qualità scadente.

La setosità e il palato asciutto

Dall'olfatto passiamo alla degustazione, con l'assaggio del gin alla scoperta delle sue molteplici sfumature. "Un gin deve essere setoso, e quindi di facile beva, per evitare come nel caso dell'olfazione quell'eccessiva sensazione alcolica che sovrasta sulle altre botaniche e non ci lascia niente in bocca, se non un retrogusto sgradevole". Setosità non significa però oleosità, visto che un gin "pesante" al palato rischierebbe di stancare al primo sorso.

La profondità delle botaniche

Se è vero che il panorama del gin negli ultimi anni ha visto nascere distillati realizzati con le botaniche più curiose, svariate e originali, è vero anche che se non si punta su un prodotto di qualità ne risente l'intera bevuta. "Non c'è storytelling che regga” quasi si scalda Il Gingegnere parlandone “Ci sono botaniche naturali ed essenze, che a loro volta possono essere naturali o sintetiche, ma non c'è cosa peggiore di un gin alla fragola che sa di gomma da masticare. La fragola, a prescindere da come questa venga ‘inserita’ nel nostro gin, deve restare una fragola, il limone un limone e via dicendo. Ultimamente però mi capita spesso di trovare elementi artefatti, con sapori troppo dolci e amplificati. Non dimenticatevi che la bontà di un gin sta proprio nella sua semplicità".

Quando possiamo dire che un gin è di buona qualità?

Quand'è dunque che un gin può definirsi di buona qualità? "Quando prima al naso e poi al palato riusciamo a distinguere, con maggiore o minore esattezza a seconda della nostra esperienza, tutte le sue sfumature e di conseguenza le sue botaniche". Il consiglio è forse scontato: si inizia ricercando la balsamicità del ginepro e si prosegue giocando con gli altri sentori o le altre note, scoprendo ad esempio parti erbacee, agrumi, fiori, frutta matura o frutta secca in una successione ordinata e armoniosa. "In questa direzione lasciatevi aiutare da una tonica: aggiungendone qualche cl al vostro bicchiere di gin, avrete infatti la possibilità di aumentarne la potenza botanica e apprezzarne ogni sfaccettatura".

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