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Sabato, 22 Giugno 2024
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Intervista al mitico Daniele Cernilli: “dottore” del vino da 150.000 assaggi

È uno dei più noti e prolifici giornalisti che si occupano di vino in Italia. Mentre la sua guida giunge alla decima edizione ci siamo fatti raccontare inizi, amicizie e momenti bui

Giunge alla decima edizione la Guida essenziale ai vini d’Italia di Doctor Wine, ultima incarnazione (sito, libri, presto anche app) di Daniele Cernilli, uno dei grandi nomi della critica enologica italiana nonché pioniere della comunicazione in materia per come la conosciamo oggi. Già giornalista con laurea in filosofia teoretica, nel 1986 lo troviamo tra i fondatori del Gambero Rosso, quindi a lungo direttore della relativa rivista e del canale televisivo, nonché della guida Vini d’Italia per cui ha ideato la classificazione dei vini da uno a tre bicchieri.

Inserito nella Wine Writers’ Hall of Fame della Wine Media Guild di New York, al netto di incarichi e ruoli tuttora ricoperti resta un professionista mosso da una passione palpabile, che non smette di guardare oltre e di abitare con acume il contemporaneo. Lo abbiamo intervistato in occasione dei 10 anni della sua guida.

Daniele Cernilli in un ritratto

Daniele, cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova pubblicazione?
Questi 10 anni hanno portato significative trasformazioni in tutto il mondo enologico e nella sua comunicazione, la nostra guida si è evoluta pur rimanendo fedele alla filosofia portante, quella dell’essenzialità: non una raccolta di migliaia di aziende ma la selezione di quelle a nostro giudizio migliori e dei loro vini di maggior pregio. La qualità media della produzione italiana è in crescita e questo rende l’opera dei selezionatori sempre più difficile, quindi anche più utile.

State per battezzare una nuova app per dispositivi mobili, di cosa si tratta?
Permetterà di accedere ai contenuti in italiano e in inglese della Guida essenziale ai vini d’Italia e della guida Mangiare e dormire tra i vigneti, dunque di scoprire strutture ricettive, prenotare una camera o una degustazione. Uno strumento utile per gli amanti del vino ma anche per le aziende produttrici che troveranno un nuovo canale diretto di comunicazione con il pubblico.

Ancora tutta questa energia dopo quante guide realizzate? E quanti vini degustati?
Le guide in totale sono oramai 35, per un computo di almeno 150.000 assaggi, considerando che ho cominciato nel 1979 a degustare professionalmente.

E non ti senti mai stanco, stufo di questo ambiente?
Di certo andando avanti non si diventa più giovani ma questa è la storia di una passione che diventa professione, questo è il mio mondo: quello che mi sono scelto da appassionato, il che è una bella fortuna.

Che ricordo hai dei tempi in cui cominciasti, del periodo che ha segnato una sorta di rivoluzione per la comunicazione del vino?
I ricordi sono soprattutto legati alle persone che non ci sono più, a personalità come Luigi Veronelli e ad enologi come Giacomo Tachis, a cuochi come Gualtiero Marchesi, a produttori come Franco Biondi Santi e Sergio Manetti per la Toscana, Bartolo Mascarello e Luciano Sandrone per le Langhe piemontesi, giusto per citarne alcuni. Un ambiente in cui diventai cerniera, complice il mio cognome, tra il passato e il futuro: avevo 24 anni, ero il più giovane dei vecchi e sarei stato il più vecchio tra i giovani.

Ti va di nominare anche qualche tuo maestro, qualche tuo riferimento?
Veronelli era il padre di tutti, uomo colto e profondo, anche lui studioso di filosofia; un grande scrittore prestato al mondo del vino, amico di Gianni Brera, Mario Soldati, Leonardo Sciascia. Aveva un carattere particolare, mi verrebbe da dire un po’ alla Sgarbi, mi considerava un suo allievo ma non sempre la pensavo come lui e la cosa non gli andava bene, qualche volte abbiamo litigato.

E oltre a lui?
Cito con piacere Stefano Milioni, un suo collaboratore genovese trapiantato a Roma, bravissimo grafico con cui cominciai a lavorare a fine Anni ’70, quindi Stefano Bonilli del Gambero, sempre avanti sui tempi, Carlo Petrini per l’arte di parlare al pubblico, Giorgio Grai per le degustazioni: aveva un bar a Bolzano ed era un assaggiatore infallibile.

Il panorama delle guide enologiche è cambiato molto, si dice abbiano meno peso e meno successo ma continuano a uscirne in quantità.
Credo che abbiano meno peso proprio perché sono di più, all’inizio ce n’era una sola. Pensa che a cavallo del 2000 quella del Gambero Rosso arrivò a vendere oltre 100.000 copie, una cifra spaventosa. Ora le pubblicazioni sono diverse, per questo ho deciso di occuparmi della punta della piramide qualitativa, selezionando soltanto i migliori vini delle migliori aziende.

E non c’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto?
Negli anni del grande cambiamento al Gambero, quando fu licenziato Bonilli e anch’io finii per andarmene. Ecco, forse in quel periodo ho davvero pensato che avrei potuto fare altro.

Altro cosa?
Beh, ero già stato docente di ruolo per 7 anni, insegnavo lettere a una scuola media di Ariccia e mi piaceva molto, tanto che ho ancora rapporti con dei vecchi alunni. Ma a quei tempi ero giovane, mentre adesso sarebbe stato difficile ricominciare. Ho preferito accettare la sfida di Doctor Wine, pur sempre un nuovo inizio.

Ti sei mai sbagliato a dare il voto a un alunno, a un vino? Capita di ripensarci, di pentirsi?
Ne parlavo giusto con il professor Attilio Scienza, che è un caro amico, insegna all’università e aveva da ridire sui miei voti, lui che quotidianamente si relaziona con gli esseri umani: è meno grave dare il voto al vino che a un ragazzo! Comunque stando in cattedra bisogna sempre fare attenzione e dare giudizi affinché siano utili, altrimenti diventa un esercizio narcisistico, se non di potere. Senza contare che il giudizio agisce anche su chi lo esprime, sulla sua credibilità.

Cosa pensi delle nuove generazioni della critica enologica?
Ci sono molti influencer che scrivono solo per avere un click in più, trovare visibilità e far vedere che esistono, così come ci sono dei giovani bravissimi che si accostano al lavoro in maniera seria e professionale. A tal proposito devo citare la mia squadra, composta perlopiù da donne molto competenti di cui vado orgoglioso.

E non c’è qualcosa che invidi ai più giovani, a chi comincia adesso?
Di certo li aiuta la tecnologia, la facilità con cui possono realizzare testi, foto, filmati, trasmetterli usando telefonini e social, mentre noi viaggiavamo con la macchina fotografica al collo e spedivamo i testi battuti a macchina. Ricordo la prima guida realizzata al computer, era il 1990, i pezzi furono ribattuti dalle redattrici e trasferiti con i vecchi dischetti del PC.

Hai una giornata tipo quando non sei in giro per lavoro?
Vivo in un bel posto, mi piace godermi la casa e non ho bisogno di spostarmi molto per stare bene, comunque sono 5 anni che non mi prendo una settimana di ferie. Viaggio sempre per eventi, aziende, presentazioni, ma ho da poco perso mio padre e mia madre è molto anziana, è stato bello anche stare qui a occuparmi di loro.

Cosa bevi quando non bevi vino?
Qualche birra particolare anche se non amo molto le bevande gassate. Rarissimamente qualche superalcolico di alta qualità, un whisky, un rum, una grappa, ma resto perlopiù uomo da acqua e vino.

Resta un sogno da realizzare, un progetto su cui investire?
Mi piacerebbe scrivere il grande libro del vino italiano, quello sì, un libro che racconti le denominazioni, le grandi zone, i grandi vini, un testo destinato agli appassionati e non solo agli addetti ai lavori. Spero di trovare un editore disposto a darmi retta.

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