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Sabato, 18 Maggio 2024
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Il miglior enologo del mondo è italiano e ci racconta come c’è riuscito

Alessio Planeta ha conquistato il premio annuale della rivista Wine Enthusiast, ma per essere i migliori, dice, servono grandi maestri e squadre affiatate

Alessio Planeta è l’enologo più bravo del mondo. A decretarlo è stata la rivista internazionale Wine Enthusiast che ha assegnato all’imprenditore siciliano il premio Wine Star Award, giunto alla sua 24esima edizione. Un premio che mancava all’Italia da sedici anni. Solo altri due italiani prima di lui, infatti, avevano conseguito il riconoscimento, Riccardo Cotarella e Carlo Ferrini.

Ceo e winemaker dell’omonima azienda familiare, Planeta lo vive come un premio alla carriera: “Arriva dopo quasi 30 anni di attività e, per quanto sia contento, so che è frutto di incontri e di un lavoro di squadra. Ho avuto eccellenti maestri come mio zio Diego (Diego Planeta, tra i fondatori della cantina cooperativa Settesoli, ndr), Carlo Corino, Giacomo Tachis e oggi io stesso sono a capo di un team di enologi ed enologhe che si occupano delle cinque differenti tenute, ciascuna con diverse esigenze”.

"Non chiamatemi viticoltore ma agricoltore"

La vendemmia, se hai tenute che vanno da ovest a est dell’isola, è davvero lunga. Alessio, ogni anno ne sceglie una e per un paio di mesi si occupa solo di quella. Quest’anno ha scelto Serra Ferdinandea, l’ultima arrivata in casa Planeta e che nasce dalla partnership con la famiglia francese Oddo: “La scelta cade sempre su quella più nuova, perché ho bisogno di entrare in confidenza con gli spazi e capire se sono stati progettati in maniera funzionale alla produzione, mi ambiento anche io, come le piante”. Più che viticoltore preferisce farsi chiamare agricoltore: “Su questo colle dei Monti Sicani, un tempo zona di pastorizia, abbiamo messo le viti, ma anche il grano per pasta e farina, i legumi, le api, i mandorli e tutto viene commercializzato. È anche la nostra prima azienda in conduzione biodinamica”.

Alessio Planeta guida una masterclass sui vini

L’enologia sul campo, la chiave di svolta

Alessio è in realtà un agronomo e l’enologo ha imparato a farlo sul campo. Anche la sua prima vendemmia – a metà Anni ’90 – fu un po’ inaspettata: “All’appena nata azienda Planeta era destinato, in qualità di enologo, Carlo Corino che, invece, decise di tornare in Toscana per seguire Frescobaldi. Rimase come consulente. Fu lui a dirmi, ora tocca a te”.

Sono gli anni della nascita del vino siciliano in chiave moderna che, spesso, parlava la lingua dei vitigni internazionali, in primis lo chardonnay, ancora oggi una delle etichette icone di Planeta: “Corino ebbe la sua influenza, veniva da un’esperienza ventennale di vitivinicoltura in Australia, una zona calda, proprio come la Sicilia, ma direi che fu una decisione figlia dei tempi, per lanciare la Sicilia del vino su uno scenario internazionale. Pensare che un posto come Menfi (dove nasce la prima cantina Planeta, l’Ulmo, affiancata da Dispensa, ndr) potesse essere conosciuta ovunque, attraverso i vini, era una sfida entusiasmante”. La cantina menfitana è rimasta il laboratorio dei vigneti alloctoni. Altrove invece – che vuol dire Vittoria, Noto Capo Milazzo ed Etna – si punta sugli autoctoni. Ma Alessio ha anche un’altra grande passione, che è quella per l’olio extravergine di oliva, prodotto nel menfitano con la Dop Nocellara del Belìce e altre varietà, frante nel mulino aziendale.

Lavoro in vigna da Planeta

Da agronomo ad enologo e imprenditore, Planeta non smette mai nessuna delle tre casacche perché la cosa che gli piace di più è starsene in campagna: “Sono nato e cresciuto a Palermo ma appena potevo scappavo nelle tenute di famiglia. Mi interessava anche l’allevamento, il vino è arrivato poco dopo, ma lo scegli anche perché ti permette di girare il mondo e crea margine mentre il resto dell’agricoltura ancora oggi arranca. Dell’agricoltura mi piacciono il ritmo e i riti, ma per molti rimane un’attività frustrante”.

L’azienda del cuore, i colleghi bravi, il vino che avrebbe voluto fare lui

Se gli si chiede quale azienda preferisce tra tutte quelle del gruppo risponde l’Ulmo, “quella che fa vibrare le corde interiori, dove tutto ha avuto inizio e dove ci sono le vigne più vecchie”. L’enologo che stima è Carlo Ferrini, consulente prima, da diversi anni anche produttore. Un professionista in grado di mettere su squadre di lavoro perfette grazie all’atmosfera positiva che crea nei team.

Fa il nome anche di Alessandro Ceretto, enologo e agronomo dell’omonima famiglia di Langa “Ha fatto un lavoro ammirevole negli anni e che è stato per me fonte di ispirazione”. Poi c’è il ricordo di Giacomo Tachis, amico dello zio Diego: “Era il classico buon maestro, che accompagnava sempre l’empirismo allo studio, alla ricerca e all’approfondimento. Oggi c’è una parte di questo mondo che si vanta di non sapere fare il vino e di non aver studiato per farlo. Invece proprio l’assenza di tecnica può portare ad avere vini tutti uguali, oltre che non buoni”.

Tra tutti i vini del marchio – e sono davvero tanti – al momento ama i rossi di Noto perché “sono vini del Sud senza estremismi” e, nonostante prometta che non ci sono nuovi acquisti all’orizzonte, confessa che fare vino a Pantelleria gli piacerebbe tanto. L’intera produzione di Planeta si aggira intorno ai due milioni e mezzo di bottiglie, un impegno commerciale non da poco in un momento di contrazione generale delle vendite.

Alessio Planeta durante un viaggio in Francia

Il futuro del vino e la contrazione dei consumi

Le immagini della protesta dei viticoltori francesi che distruggono migliaia di bottiglie di vino spagnolo hanno colpito anche l’imprenditore siciliano: “Il nostro è un settore ciclico, ma il saldo è sempre stato zero o positivo, oggi facciamo i conti con un calo dei consumi strutturale e il saldo rischia di essere negativo, quindi, c’è nervosismo sul mercato. Nel futuro non vedo una crescita del vigneto nel mondo, piuttosto un riposizionamento di certe zone a scapito di altre. È fondamentale però, nel mondo agricolo, chiudere la filiera per avere un’attività sana, ecco perché è importante bere vino a denominazione di origine”.

Trenta vendemmie per milioni di bottiglie all’anno vuol dire moltissimo vino, eppure, c’è un’etichetta che l’enologo migliore del 2023 avrebbe voluto fare: “Frappato 1990 dell’azienda Cos di Giusto Occhipinti, un vino che mi ha fatto fare tanti ragionamenti e delle scelte. Se lo bevessi oggi alla cieca lo riconoscerei ancora”.

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