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Martedì, 18 Giugno 2024
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La storia della moka, la caffettiera sostenibile: da Bialetti a oggi

Venne inventata guardando una lavatrice ed è tra le caffettiere più sostenibili. La moka è ancora oggi considerata un rituale per il caffè e un oggetto di design esposto nei migliori musei del mondo

Era il 1933 quando Alfonso Bialetti ebbe la geniale intuizione che portò all’invenzione della moka, strumento che andrà a cambiare la vita di milioni di persone. Soprattutto in Italia. Infatti non tutti sanno che questa caffettiera, prodotta poi successivamente in oltre 300 milioni di esemplari, venne inventata quasi per caso, come nelle migliori storie. E da un italiano, il signor Bialetti che divenne grazie a essa uno dei più grandi imprenditori del nostro paese. Ripercorriamo le tappe più importanti della macchina del caffè che tutto il mondo conosce, icona di design – quella di Bialetti - inclusa ufficialmente nelle collezioni del Museum of Modern Arts (MoMA) di New York a titolo permanente e copiata in tutto il mondo.

La Moka Express di Bialetti

La Moka: l’invenzione di Bialetti

Tornando indietro di quasi un secolo, ci troviamo a Crusinallo di Omegna, sul lago d'Orta, città natale di Alfonso Bialetti. Qui ci torna nel 1919, dopo aver lavorato 10 anni in Francia nell’industria di alluminio, e fonda in Italia l’omonima azienda Alfonso Bialetti & C che produce oggetti vari di alluminio per la casa. Una piccola officina, affianco a un lavatoio che in quelle zone chiamavano la «lisciveuse»: un pentolone dotato di un tubo cavo situato al centro dove mettere panni e detersivo, chiamato ai tempi la lisciva. Grazie all’ebollizione l’acqua saliva lungo il tubo assieme alla liscivia per poi ridiscendere sul bucato in modo uniforme. Osservando questo meccanismo la folgorazione: Bialetti pensa di replicare il sistema per la caffettiera.

Bialetti ebbe la meglio sulle grandi aziende già produttrici di macchine del caffè dei tempi, come Gaggia, Pavia e Cremonesi, per i materiali che va a utilizzare: l’alluminio, al posto dei metalli pesanti come rame e ottone dei suoi concorrenti. Altro punto di forza, la dimensione: piccola, maneggevole, utile e pratica, andando così a sostituire macchine ingombranti con una a dimensione casalinga. Era il 1933 e Bialetti insieme all’inventore Luigi De Ponti brevetta la moka costituita da tre parti principali: la caldaia dove si mette l’acqua, il filtro dove viene messo il caffè macinato e la parte superiore dove sale la bevanda quando è pronta. L’alluminio la rende popolare, grazie anche alla propaganda del Ventennio, che vede in questa lega il futuro della nazione. Ricordiamo anche che in quegli anni il consumo del caffè sale, a causa dell’invasione dell’Etiopia che inizia a fornire prodotto in Italia. E in un attimo, la moka entra nelle case degli italiani.

Renato Bialetti in un vecchio ritratto

La moka: oggetto di design verso il futuro

Fu Renato Bialetti, però, a lanciare l’azienda del padre verso fatturati stellari. Durante gli anni della guerra l’azienda chiude per poi riaprire nel 1946 con un impianto più grande capace di produrre 18 mila caffettiere al giorno, ovvero 4 milioni all'anno. Una lunga storia di passione e impegno imprenditoriale che subisce anche colpi bassi: nella seconda decade degli anni 2000 a causa delle capsule e delle cialde. Ma il fascino della moka non può essere scalfito, a testimoniarlo i tanti designer che negli anni ne hanno ridisegnato forme e linee: tra tutti ricordiamo il brand Alessi, capace di aver riunito i maggiori progettualisti del ‘900 per reinventare questa caffettiera. Aldo Rossi, Michele De Lucchi, Mario Trimarchi, David Chipperfield, tra i migliori interpreti della moka, ancora oggi in commercio.

Una delle caffettiere di Alessi, Archivio Alessi PH Richard Sapper

Un’altra curiosità che testimonia a favore dell’uso della moka. Secondo uno studio recente promosso dall’Accademia dei Georgofili - la storica istituzione fiorentina che da oltre 250 anni promuove, tra studiosi e proprietari agrari, studi di agronomia -, la moka è molto più sostenibile ed ecologica rispetto alle macchine in cialde e capsule. Tre i motivi: consumo minore di energia elettrica, minore quantità di imballaggi, minore impronta di carbonio. Perciò non mettiamola in cantina.

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