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Mercoledì, 17 Aprile 2024
Territorio

Cosa si mangia nel delirante Carnevale di Offida che compie 500 anni

Il Carnevale Storico di Offida compie 500 anni. Tra corse dietro un toro di cartapesta, fasci di canne infuocati, congreghe goliardiche e ovviamente piatti e ricette del sud delle Marche

In un borgo del Piceno, nelle Marche, c’è una delle celebrazioni carnevalesche più importanti e curiose d’Italia. Si tratta del Carnevale storico di Offida, in Provincia di Ascoli, goliardica manifestazione che copre ben 5 secoli di tradizioni e cultura popolare, tra sacro e profano. Nato infatti nel 1524, il Carnevale di Offida si appresta a compiere 500 anni e lo fa partendo come di consuetudine il mese precedente al primo giorno di Quaresima. Nessun carro né parate, ma corse con un toro di cartapesta, fasci di canne infuocati e portati a braccio per le vie del borgo, congreghe organizzate come goliardiche logge massoniche, e soprattutto un susseguirsi di tavolate imbandite. Perché a Offida il Carnevale si svolge anche e soprattutto a tavola, tra piatti tipici del Carnevale e prodotti (quasi clandestini) del territorio. Abbiamo parlato con Giancarlo Premici, membro “gaudente” della Congrega del Ciorpento, la più antica di Offida, che ci ha spiegato come sono nate queste tradizioni e come si svolgono ancora adesso.

La corsa con il bove finto PH Marco Cicconi

Il Carnevale storico di Offida: tra storia contadina e antiche riti pagani

Come leggiamo nel sito ufficiale del Carnevale Storico di Offida: “In alcuni scritti nel 1524 si parla di concedere al popolo una giornata di vacanza nel giorno del giovedì grasso e la sospensione dell'amministrazione della giustizia nella settimana di Carnevale”. Origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi, rituali che si confondono con le superstizioni contadine di una volta, fino ad arrivare ai primi del ‘900. Momento in cui il Carnevale prende una forma più moderna che inizia ad avvicinarsi a quella odierna. “Il Carnevale di Offida si lega alle vecchie usanze di una società rurale, connessa al lavoro dei campi e all’allevamento del bestiame” spiega Giancarlo Premici. Infatti la cultura contadina si legge in ogni singola celebrazione che ancora oggi viene portata avanti in questo mese di festeggiamenti, che come si sa cade a seconda della Pasqua: “Il Carnevale intercorre tra le giornate del 17 gennaio e il primo giorno di Quaresima. I nostri momenti salienti sono le domeniche con gli amici e parenti, la giornata del giovedì grasso, ma soprattutto la corsa con il bove finto il venerdì prima del Carnevale, e il martedì grasso con i Vlurd”.

I Vlurd di Offida nel giorno di Carnevale PH Marco Cicconi

Il bove finto e l’addio al Carnevale con i vlurd: le radici contadine del Carnevale di Offida

Il Carnevale di Offida si distingue da tutti gli altri perché non c’è nessuna divisione in quartieri o sestrieri, nessuna parata, ma solo una festa collettiva che celebra l’unione tra le persone anche attraverso il cibo. Unica nel suo genere è la corsa del bove finto, lu bov fint in dialetto, che potrebbe ricordare la corsa con i tori di Pamplona, in Spagna. L’unica differenza è che qui il toro è di cartapesta, manovrato da alcune persone al suo interno, che impazza per le vie di questo borgo medievale dove scorrono anche fiumi di Rosso Piceno. “Fino al 1819 il bue era vero e si tratta della rappresentazione di un'antica usanza finalizzata ad allietare le mense dei poveri. Dopo la mattanza la carne era messa a disposizione del popolo” spiega Premici. Una rievocazione storica che si conclude con una metaforica uccisione dell’animale, che ancora oggi richiama migliaia di persone che corrono dietro questo totem con la tradizionale veste del guazzarò, bianca e rossa.

Il Carnevale si saluta poi simbolicamente con una grande falò al centro dell’antica piazza di Offida, nella sera del martedì grasso. Una lunga processione di fasci di canne infuocati, i vlurd, locuzione dialettale derivante dal vocabolo bigordo con cui nel medioevo si indicava una giostra cavalleresca. Proprio da questa parola che deriva la più recente bagordo, sinonimo di gozzoviglia, baldoria che si lega al periodo Carnevalesco.

Le congreghe, anima del Carnevale, e cosa si mangia in questi giorni a Offida

Quasi delle logge massoniche ma in chiave goliardica e soprattutto godereccia, le congreghe sono l’anima del Carnevale di Offida. Oggi se ne contano 18, organizzate con corpi bandistici, senza contare i gruppi storici della città. “Le congreghe nascono tra gruppi di amici per prendere in giro quelle di stampo religioso. La prima è stata quella del Ciorpento, nel 1948” racconta Premici che oggi è uno dei membri più anziani. Nata da un gruppo di amici, studenti e operai, tra cui Marco Mercolini Tinelli, il Serenissimo, ancora oggi ricordato nei numerosi brindisi del Carnevale. “È poi nata la congrega della Ciuetta (la civetta), i Tirolesi, la Mangusta, il Riccio, fino a quelle più moderne come le Rondinelle congrega di sole donne. Il nostro compito è tramandare le tradizioni del Carnevale e stare insieme soprattutto a tavola”.

La congrega del Ciorpento in Offida

Infatti ciò che distingue questo Carnevale da ogni altro è l’estrema apertura degli offidani che in questi giorni aprono le proprie case a chiunque. Tavole imbandite, fiumi di vino rosso locale, prodotti della tradizione che arricchiscono le merende dei carnevalieri, come ci spiega lo chef Daniele Citeroni dell’Osteria Ophis, in pieno centro storico. “Il maiale è l’elemento fondamentale dei pranzi del Carnevale, tra salumi, fagioli con le cotiche, trippa, oppure frittate un altro piatto tipico della cultura contadina” racconta lo chef. Non mancano poi i dolci come castagnole, sfrappe e ravioli di crema o castagne anche se in passato nelle campagne vicino Offida “si realizzavano con ceci o patate, cacao e liquore”. Altro piatto cardine sono i ravioli incaciati, pasta fresca ripiena di gallina, pecorino e pane raffermo da condire con un giro d’olio. Il vino, neanche a dirlo, la fa da padrone: “Noi del Ciorpento andavamo addirittura a benedire le botti di Rosso Piceno nell’Azienda Agricola di Guido Cocci Grifoni, viticoltore complice della valorizzazione di questo vino in Italia e colui che riscoperto il pecorino” conclude Premici. Oppure il mistrà, un prodotto ancora avvolto da vuoti normativi, un tempo illegale, che si produce soprattutto a casa. Un distillato di vino dalla forte gradazione alcolica, tipico di questa area e dalla forte tradizione contadina. Una festa che forse è più facile viverla che descriverla, e che incarna perfettamente lo spirito del Carnevale.

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