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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Territorio

L'ultima scoperta a Pompei è un panificio di filiera: dal grano alla pagnotta (con sfruttamento)

Una vera bakery ante litteram. Con una lavorazione integrata che partiva dal chicco di grano per arrivare alla farina, agli impasti fino al pane cotto nel forno. In una zona inesplorata di Pompei spunta un panificio

Gli Scavi di Pompei sono qualcosa di unico per la loro dimensione, per la loro ricchezza, per la loro contingenza (una fotografia istantanea del mondo di due millenni fa, perfettamente conservato), ma anche per il fatto che a fianco di quello che è stato scoperto c'è ancora altrettanto da scoprire. L'effetto mistero e l'effetto sorpresa sono dunque dietro l'angolo e con sapiente capacità di comunicazione la direzione degli Scavi, forte di un contenuto strabiliante e coinvolgente, centellina le scoperte anche per dare risalto alle iniziative: una scoperta prima di una grande produzione tv, una scoperta in un momento in cui è necessaria visibilità mediatica, una scoperta - come in questo caso - alla vigilia di una importante mostra. Spesso, oltretutto, si tratta di ritrovamenti relativi al mondo del cibo, della nutrizione, dell'alimentazione. 

A Pompei il 15 dicembre 2023 inaugura una mostra su come si svolgeva la 'vita comune' alle falde del Vesuvio fino a quel fatidico 79 dopo Cristo. E così ecco la scoperta che - anche grazie ad un articolo scientifico - ci aiuta a meglio comprendere uno spaccato importante della città dell'epoca: la produzione di pane. I nuovi ritrovamenti si riferiscono ad un'area ancora inesplorata dell'insula 10 della Regio IX della città in quella zona si stanno effettuando molti nuovi scavi ed è giunto il momento di divulgare quanto emerso: la scoperta di un ambiente adibito a panificio. Non si tratta però di un panificio come ce lo immaginiamo oggi ovvero un luogo dove arrivano le farine, si fanno gli impasti e si cuociono (e al limite si vendono). Questo panificio invece copriva tutta la filiera, dunque pure la parte di macinazione dei grani che anzi forse era preponderante in termini di spazi e di impegno.

Ritrovamento a Pompei di un "panificio di filiera"

Potremmo definirlo un panificio di filiera, dove tutte le lavorazioni erano accentrate e consequenziali. Invece di accogliere il semilavorato, il panificio accettava materia prima allo stato grezzo (grano in chicchi), la macinava, produceva farine, poi le impastava in un apposito ambiente e infine andava alla cottura. C'era anche una stalla visto che le macine erano azionate da coppie composte da schiavi e somari tenuti in una situazione di sostanziale prigionia, sfruttamento e segregazione. E c'era una grande concentrazione di macchinari con le macine (si vede bene dalla foto dall'alto) le une vicinissime alle altre per aumentare la produzione pur in uno spazio contenuto, anche per questo a terra erano stati tracciati dei percorsi affinché uomini e bestie procedessero su perimetri prestabili per sincronizzare meglio i passaggi circolari attorno all'argano del mulino.

La produzione doveva essere continua e abbondante anche perché il lavoro era finanziato per secondi fini elettorali e di consenso. D'altro canto non è la prima volta che si nota un legame tra pane e politica nei 36 forni ad oggi noti a Pompei. Del resto proprio in quegli anni Giovenale tra il serio e il faceto segnalava che due erano le cose che il popolo chiedeva agli amministratori: panem et circenses. Quanto a populismo non siamo poi così lontani dopo duemila anni. E tavolta neppure quanto a sfruttamento...

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