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Martedì, 21 Maggio 2024
Territorio

Il mistrà, distillato clandestino che nelle Marche le famiglie fanno in casa (ancora oggi)

Il mistrà è un liquore clandestino che si distilla nel sud delle Marche. Ce lo spiega Nicola Roberti di Distilleria Clandestina, che ancora oggi produce il mistrà con l’alambicco di 50 anni del nonno

Una storia che parte dalla cultura contadina e che si sviluppa intorno alle distillerie clandestine del centro Italia.  Parliamo del mistrà, un prodotto alcolico poco conosciuto e tanto meno consumato nel resto d’Italia se non nelle Marche. Infatti nel Piceno, al confine con l’Abruzzo e poco distante dall’Umbria, c’è la tradizione di distillare in maniera casalinga e ai limiti della legalità, questo prodotto della tradizione rurale marchigiana. Molto simile all’anisetta, dall’alta gradazione alcolica, il mistrà differisce da quest’ultima perché si tratta di un liquore realizzato da alcol di vino a cui si aggiunge l’anice della zona. Abbiamo parlato con Nicola Roberti, un giovane allevatore della zona, che a Petritoli (in provincia di Fermo) utilizza l’alambicco del nonno per distillare mistrà. La sua micro produzione casalinga si chiama Distilleria Clandestina, a ricordo del periodo di illegalità di questo liquore.

La storia del mistrà: origini e sviluppo nella tradizione contadina del sud delle Marche

Il mistrà nasce in questa zona in tempi lontani, e racconta di una corposa attività di distillatori clandestini tra le colline marchigiane. Infatti come succedeva anche in alto Veneto con i grappaioli, che decenni fa si organizzarono per salvaguardare la ricetta in maniera illegale e segreta, così successe nelle Marche. Il motivo sta banalmente nell’evitare il pagamento dell’imposta di bollo sul consumo e fabbricazione degli spiriti, che convinse i contadini a produrre di nascosto il liquore. Infatti nelle campagne marchigiane la notte i distillatori con l’alambicco in spalla giravano casa per casa e aiutavano i contadini a distillare il proprio vino in esubero.  

Una bottiglia di mistrà di Nicola Roberti

Come ci spiega Nicola Roberti: “Mio nonno ha iniziato a fare il mistrà a 12 anni. Girava con il suo alambicco di rame in bici e casa dopo casa aiutava le famiglie a produrre il proprio mistrà”. Infatti questo prodotto nasce proprio con l’avvento dei ramaioli nei piccoli borghi del centro Italia, i quali riuscivano a realizzare il proprio alambicco da utilizzare poi nella distillazione. Il nome è avvolto nel mistero, come sottolinea anche Roberti: “Nessuno sa bene cosa significa mistrà, probabilmente una parola dialettale utilizzata in tempi antichi”. Una curiosità: con la testa e la coda della distillazione ovvero con il primo e l’ultimo liquido che si produce nell’alambicco, che sono liquidi tossici, un tempo si utilizzavano per ungersi la pelle del corpo a fine lavoro. Infatti si credeva che avesse un forte potere rinfrescante e tonificante per rilassare i muscoli affaticati.

L'anice verde di Castignano

Come si faceva il mistrà e come si fa oggi

Nicola Roberti ancora oggi segue la ricetta di suo nonno, che ha 90 anni. “L’ho seguito nella distillazione fin da bambino, poi crescendo io e invecchiando lui ho preso il suo posto”, e oggi oltre a gestire un’azienda agricola dove si allevano maiali e galline, si cimenta anche nella distillazione del mistrà. La ricetta, ci racconta, cambia da famiglia in famiglia e ovviamente è segreta. “La nostra è quella di Baldoni, un produttore di anisetta della zona, che la diede a mio nonno tanti anni fa. Ancora oggi io uso il vecchio alambicco discontinuo di rame che utilizzava lui, di casa in casa, quando i contadini conferivano una parte del vino in esubero alla produzione di questo liquore” racconta. Infatti il mistrà è un liquore prodotto dall’alcol che si forma dalla distillazione del vino a cui si aggiunge l’anice, anche se poi alcune aziende oggi lo producono esclusivamente da alcol etilico puro. Il mistrà nasce dunque clandestinamente e solo per un consumo casalingo, nessuno aveva mai pensato alla sua commercializzazione, anche perché era vietato distillare in questa maniera. Oggi la sua produzione è tollerata e ovviamente manca un disciplinare comune.

Un classico alambicco in rame per la distillazione

Distilleria Clandestina a Petritoli: dalle tradizioni del nonno a una piccola produzione

“Distilleria Clandestina nasce 10 anni fa ed è stata una normale evoluzione di ciò che facevo” racconta Nicola Roberti che proprio dal nonno ha imparato l’arte della distillazione. Infatti utilizza ancora il suo alambicco in rame, con oltre 50 anni, al quale ha affiancato altri due alambicchi più piccoli e nuovi. A differenza di chi distilla per un consumo casalingo, Nicola Roberti riesce a fornire con il suo mistrà alcuni ristoranti della zona, cosa non scontata. “Siamo solo in tre, oltre ai grandi nomi del territorio, a fornire i ristoratori. Io produco solo 15 bottiglie per ogni distillazione, un numero veramente esiguo ma che mi permette di continuare questa tradizione”. Infatti Nicola Roberti concentra la sua produzione durante i mesi di agosto e dicembre, quando le richieste sono più alte, ma in generale durante tutto l’anno, anche se come ci spiega “il mistrà si fa durante l’inverno perché il freddo aiuta la distillazione”. Oggi sono ancora tante le famiglie che producono il mistrà, tra il Piceno il Fermano, soprattutto nella zona montana dei Sibillini, e “non mancano i giovani come me che cercano di non far morire questa tradizione tutta marchigiana”.

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