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Sabato, 24 Febbraio 2024
Turismo

Piattini? Toast? 2 euro? Hanno ragione i ristoratori, ma avere ragione è inutile

In uno scenario come quello attuale conta solo la storia che può generare più coinvolgimento, più traffico, più like e più click. I ristoratori si facciano furbi e non prestino il fianco

Ma cosa dovevo fare?si domanda rassegnata la ristoratrice ligure dopo giorni di calvario mediatico. “Si sono seduti al tavolo in tre facendomi perdere altri clienti e poi hanno ordinato per uno smezzandosi tutto, mi sembrava il minimo un sovrapprezzo, visto che ho portato loro quattro piatti aggiuntivi”. Ha ragione, i clienti che si comportano in quel modo dovrebbero rendersi conto del danno che fanno all’azienda che c’è dietro al ristorante. Meriterebbero loro, non il ristoratore, un post di Selvaggia Lucarelli. 

Ma come, non dovevo fargli neppure pagare un piccolo sovrapprezzo?”, si domanda affranto il ristoratore del Lago di Como, “dividendogli il toast abbiamo organizzato due mezze porzioni, abbiamo aumentato le patatine fritte e poi più piattini, più posate, più tovagliolini”. Ha ragione anche lui, perché da che mondo è mondo le mezze porzioni si pagano di più.

Polemiche dell'estate. Hanno ragione i ristoratori

Hanno ragione. Il punto è che avere ragione non conta nulla in questo specifico momento storico. Il mondo, là fuori, non sente ragioni. Il mondo ha la bava alla bocca e sente semmai l’odore del sangue. Influencer senza scrupoli; giornalisti senza scrupoli; testate senza scrupoli non ci pensano due volte a mettere alla gogna il ristoratore di turno. Aveva ragione lui? Non importa, intanto abbiamo fatto mezza settimana di click, traffico, visualizzazioni. Prima per attaccarlo ingiustamente, poi per farlo rispondere, poi al limite per riabilitarlo. È cruciale parlare alla pancia, non alla testa, dei lettori. E questi argomenti (“tizio ha raggirato caio”) sono perfette scorciatoie per mobilitare l’indignazione, motore primario dell’engagement digital e sentimento più bieco delle masse, autentica cartina di tornasole di disagio e squallore. Roba che andrebbe mitigata, non aizzata con ogni pretesto possibile.

Intanto passano i mesi e invece di raccontare di agroalimentare ed enogastronomia scommettendo su contenuti sani, le storie che ingombrano gli spazi sono di questa caratura: piattini e toast divisi a metà. La nazionale che ha più da dire quanto ad artigiani, pescatori, territori, aziende agricole, tradizioni, cuochi e prodotti si perde a discutere per giorni di questioni letteralmente da 2 euro. Tutti appresso al prossimo scontrino condiviso sui social. Qualche settimana fa i bravissimi ragazzi di Pavè a Milano sono stati bullizzati con articoli anonimi perché sullo scontrino - dovendo come ovvio far pagare un euro di differenza tra il caffè bevuto in piedi al bancone e il caffè servito al tavolino - hanno battuto “coperto” invece di battere “servizio”. Apriti cielo. Ormai basta quello, basta un malinteso lessicale per farli partire lancia in resta con il post o con l’articolo. L’influencer, il giornalista a corto di contenuti o il semplice cliente frustrato vivono così, con l’occhio iniettato di sangue alla caccia non di contenuti ma di vittime da sacrificare.

I ristoratori si facciano furbi e comunichino meglio

E allora non li facciamo partire, facciamoci furbi, attuiamo un po’ di strategia, blocchiamo a monte la valanga di commenti, la meschinità miserabile delle recensioni negative che per un errore (talvolta appunto neppure un errore) devastano la reputazione di aziende attive da decenni. Cerchiamo di prevenire il danno di immagine clamoroso per i territori (che si riversa su tutta la filiera e su tutte le industry adiacenti: trasporti, logistica, hôtellerie…). Lo sappiamo tutti che il cliente lungi dall’aver sempre ragione ha quasi sempre torto, ma bisogna fare buon viso a cattiva sorte. Recitare questa parte. Essere accoglienti ma svegli e prevenire dannose rappresaglie mediatiche.

Lo scontrino del toast tagliato a metà di Gera Lario, foto tripadvisor

I ristoratori pretendano dai clienti ciò che è giusto, etico e deontologico economicamente pretendere, ma lo facciano senza porgere il fianco alla marcia cattiveria latente, senza farsi vittime predilette di haters e macchine del fango. Evitiamo di scrivere “diviso a metà” o “piattino aggiuntivo” sugli scontrini, troviamo altre formule meno ingolosenti per le locuste dei social. Pur restando rigorosamente corretti, occorre forse un po’ meno trasparenza e sincerità e un po’ più di scaltrezza. Agiamo sul coperto; imponiamo consumazioni minime per evitarci la circostanza della famiglia di tre persone che ordina due piatti in tutto; se necessario spalmiamo i costi dei servizi su altre voci; sfruttiamo le meraviglie del digitale per prenotazioni e pagamenti per mettersi al riparo da brutte sorprese. Ma evitiamo di scrivere sulle ricevute la verità in buona fede, come è successo in questi casi, perché non è il tempo della buona fede, non è il tempo in cui avere ragione. Avere ragione non basta per mettersi al riparo. Non basta più.

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