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Mercoledì, 24 Aprile 2024

Massimiliano Tonelli

Direttore Editoriale CiboToday

L’offerta di bevande nei bar italiani è disastrosa

Bevande gasate e zuccherate che nuociono gravemente alla salute; succhi di frutta industriali, birre banali e tè freddi che danno la dipendenza. Per chi non vuole assumere alcol e zuccheri, non c’è scampo: acqua!

Okkay, "disastrosa" è eccessivo. Si sarebbe potuto titolare "banale" o "deludente". Però il solco che si sta scavando tra l’Italia e il resto d’Europa sulle bevande che si trovano nei mobili frigo dei bar e delle caffetterie è talmente profondo da meritare una sottolineatura un po’ urlata.

E ora immedesimatevi: immedesimatevi in Andrea. Andrea è un cliente tipo di un bar che oggi, questa settimana o per tutta la vita, non ha alcuna intenzione di bere alcolici o bevande zuccherate. Di quali opzioni dispone il nostro Andrea volendosi dissetare in un bar medio italiano? Immedesimatevi e rifletteteci: fate l’esercizio mentale di entrare in un bar e ordinare una bevanda che non sia né alcolica né piena di zucchero. Dunque diciamo ciao ciao ai vini, birre, tutte le ben note bevande gassate tipo cole, aranciate o toniche, tè freddi, succhi. A furia di salutare cosa rimane? Rimane l’acqua. Basta. Questa è l’offerta merceologica che il bar medio italiano propone ad Andrea e a tutti quelli come lui. Ci sarebbe anche il caffè, ma come vedremo ha qualche problemino…

Le varie declinazioni di bar italiano

Le eccezioni ci sono, ma si tratta di autentiche mosche bianche. Il bar italiano è infatti una categoria commerciale a parte, ha più a che fare con la società e i suoi cliché che con le logiche economiche ed industriali. E ha a che fare con una società conservatrice e restia ai cambiamenti. Assecondandola in toto.

Visualizziamo il mondo dei bar a cerchi concentrici: nel girone più esterno ci sono le insegne davvero basiche (la schiacciante maggioranza), con un’offerta mediocre sul cibo dolce e salato consegnato al mattino da laboratori industriali, un’offerta scadente sui prodotti confezionati (caramelle, cioccolato, chewing gum, patatine e altri snack) e un’offerta pessima sul caffè. Non ci dimentichiamo mai che a differenza di quello che il 99% dei cittadini pensa, in Italia si beve il peggior caffè d’Europa. Nel girone più interno ci sono quei bar che si occupano direttamente di gastronomia e prodotti lievitati dolci realizzando una produzione propria. Un girone ancor più ristretto comprende quelle insegne che oltre a produrre in proprio, producono anche con materie prime e processi di ricerca e di qualità (le due cose non sono necessariamente sinonimo). Una piccola quota di meritevoli bar poi fa una selezione anche dei prodotti confezionati, offrendo soltanto referenze artigianali o di nicchia; e infine una percentuale ancora più piccola (siamo proprio nell’empireo) aggiunge anche un lavoro di ricerca sul caffè, proponendo estrazioni ben realizzate a base di specialty coffee. Siamo saliti ad un livello di selezione estremo: ben al di sotto dell’1% rispetto al totale dei tanti (drammaticamente troppi) bar italiani. Ebbene neppure in questa manciata di esercizi abbiamo la garanzia che la cura rivolta a tutte le altre merceologie si manifesti pure nel frigo delle bevande. Perfino nei locali più selettivi non è difficile imbattersi in bibite gassate multinazionali, in tè freddi zuccherati come sciroppi e in succhi industriali. Se va bene ci sono delle birre artigianali in luogo di quelle standard. 

Questo a riprova di quanto sia ancora scarsa la sensibilità sul bere analcolico e quanto i bar non facciano nulla per invertire la rotta: se ordini vino magari c’è una selezione pensata, etica, artigiana e naturale, se invece vuoi bere analcolico puoi anche accontentarti di Schweppes, Fanta ed Estathé.

Le bevande analcoliche nei bar fuori dall’Italia

Ma non sarà che questo andazzo è qualcosa di inevitabile? Magari in un format come il bar, veloce, popolare e tutto sommato a basso prezzo, non si può pretendere di più e quindi non ha senso gettare la croce su questi esercizi commerciali. Beh, peccato però che appena varcato il confine le cose cambino. Fuori dall’Italia il nostro Andrea, voglioso di bere qualcosa senza assumere alcol né intossicarsi di zuccheri, ha una gamma divertente e vasta di opzioni tutte esposte nei banchi frigo dei bar in Germania, in Francia, in Spagna, nei Paesi Nordici o nel Regno Unito. Non solo nelle caffetterie di ricerca, nelle bakery di grido o negli specialty caffè: la cosa è ben più diffusa e riguarda anche le catene come Starbucks o Pret-à-Manger. Ci sono le acque aromatizzate, i tè freddi di qualità (che come tali possono essere privi di zucchero), i caffè cold brew imbottigliati e poi una serie di kefir, di sidri, di tisane fredde, talvolta di kvass e ancora succhi spremuti, kombucha di vari gusti e altre tipologie di fermentati. 

Fino a qualche anno fa non era così, non c’era tutta questa differenza. Oggi il confronto oltre a mettere in imbarazzo, mette in evidenza una peculiare arretratezza italiana, che potrebbe avere un impatto non secondario su salute e obesità visto che un’offerta simile induce specie i più giovani a consumare micidiali bevande zuccherate come fosse la cosa più normale del mondo e non una delle prime cause di cattiva nutrizione. Un’arretratezza rispetto alla quale è difficile individuare le responsabilità ultime: è colpa dei bar che non offrono prodotti più in linea con i tempi o è colpa del pubblico che non li richiede? Il dibattito è aperto. Nel frattempo lo sconsolato Andrea (volendo evitarsi il terribile caffè all’italiana) continuerà ad ordinare acqua frizzante: una consumazione poco entusiasmante per lui e poco remunerativa per il bar. 

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