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Martedì, 18 Giugno 2024
Turismo

Breve storia del picnic

Cestini di vimini, tramezzini, svolazzi e ombrellini hanno fatto la storia di un rito sociale in cui il cibo (e il bere) erano accessori di conversazione

Ebbero una bellissima giornata per Box Hill, e tutte le altre circostanze esterne, organizzazione, sistemazione e puntualità, furono a favore di una piacevole gita” scrive Jane Austen in uno dei suoi romanzi, Emma, pubblicato nel 1815 sotto anonimato. Le poche parole danno il via all’inizio di una lunga scena di picnic che i protagonisti del romanzo trascorrono sulle colline di Box Hill. Un’occasione per flirtare, fare indovinelli, mangiare fragole, conversare e passeggiare. Nei libri di Jane Austen, che rappresentano bene lo spirito della prima metà dell’800, i pic-nic sono numerosi e descritti come momenti di socializzazione per le classi alte e intermedie, nonché come simpatico diversivo alla tavola imbandita di qualche fredda e buia villa vittoriana. Mangiare fuori, su un prato, doveva essere a tutti gli effetti un’esperienza, consolidatasi da pochi anni come un rito sociale.

Picnic: l’origine della parola

Un picnic vittoriano realizzato con Dall-e

La sua origine è rintracciabile in realtà in Francia, come farebbe suggerire l’etimologia della parola, singolare nel suono e nella scrittura. Secondo fonti accreditate “picnic” riunisce in sé due sostantivi francesi: il verbo piquer, che significa prendere, rubacchiare, e la parola nique, che sta per “piccola cosa”. Nonostante l’origine dall’altro lato della Manica, gli inglesi divennero campioni incontrastati del genere, offrendo un’interpretazione strutturata e modaiola del pranzo all’aperto. Eppure, stando all’autore di un importante volume sulla storia del picnic, Walter Levy, l’origine del fenomeno va rintracciata molto più indietro e in circostanze del tutto diverse.

Prima di tutto anche i classici latini, come Ovidio e Seneca, oppure Plutarco – riporta Levy – citano episodi molto simili a quelli del picnic ottocentesco. Secondo la ricostruzione dell’autore, nel 1802, il termine fece il suo ingresso in Gran Bretagna dopo che un gruppo di francofili di Londra formò una vera e propria Pic-Nic Society, una sorta di compagnia nata per mangiare, bere e mettere in scena spettacoli teatrali amatoriali all’aperto, i cui partecipanti tiravano a sorte per determinare chi avrebbe portato da mangiare. In poche parole, prima che diventasse un diletto per gli aristocratici, il picnic era tutt’altro che un appuntamento per gentiluomini.

Storia del picnic

La scena di un picnic ph. Calvin Shelwell

Come si diceva la cultura del picnic è stata assorbita e glorificata proprio in Gran Bretagna, sebbene rappresentazioni artistiche celebri siano collocabili anche altrove. Basti pensare al 1863, anno in cui vede la luce il celebre quadro di Manet La Colazione sull’erba, che rappresentava due parigini e una donna nuda mentre fanno colazione sull’erba, nei pressi della Senna. Vicino alla donna si trova proprio il cesto del picnic, con lenzuola e tovaglie, su cui è riverso cibo e frutta per la scampagnata. Come si è detto però, fu proprio in Gran Bretagna che il picnic divenne una sorta di affare di stato, tanto da essere descritto nel libro di Isabella Beeton, Mrs. Beeton alla storia, scrittrice e giornalista inglese che redisse un manuale di economia domestica in cui raccomandava menu appropriati per picnic anche da 40 invitati, in cui si trovano biscotti, vari pezzi di carne, torte di piccione, astici, insalate e cetrioli.

Picnic, natura e romanticismo

Il movimento che consacrò i picnic e che li rende ancora oggi dei rituali collettivi, ha decisamente a che fare con il desiderio di immersione nella natura che il romanticismo aveva in agenda. Fuori dai rigidi schemi dei palazzi, le persone potevano trovare compiacimento nello stare al sole e al fresco per bere, mangiare e socializzare. Vero o posticcio che fosse, lo stesso proposito naturalistico esiste ancora ora, che il picnic ha tutta una sua economia, con abiti funzionali, ricette ad hoc e cestini in vimini (i più belli sono in vendita da Fortnun and Mason) che possono contenere ogni sorta di prelibatezza.

Il picnic all’italiana

Inutile però pensare che sia un credo tutto esterofilo: anche in Italia i picnic sono molto diffusi. E se da una parte - come anticipava Walter Levy - se ne parla in autori dell’epoca romana, la scampagnata è un concetto ben assorbito nella nostra cultura e ancora molto attuale. Che in una sorta di neoromanticismo sia ritornato ancora più in vigore dopo la pandemia proprio per il rinnovato desiderio di spazi e cieli aperti? È probabile. Negli ultimi anni si è diffuso il rituale dei picnic in vigna e in fattoria, per cui luoghi prima riservati agli addetti ai lavori hanno aperto le porte a un pubblico che brama aria fresca sul viso.

La scampagnata in Italia

Una foto di una scampagnata ph. Janedo70 via Pixabay

Ogni anno, quando arriva la primavera, cominciano i pellegrinaggi verso campagne e spiagge alla ricerca di uno spazio per fermarsi e mangiare qualcosa. Lo testimonia anche il fornitissimo menu dei piatti del picnic all’italiana: passa dalle lasagne all’insalata di riso, dai panini con gli affettati ai biscotti, dalle fave col pecorino alle bottiglie di vino tenuto in fresco, dai tramezzini alle pizze salate. Piatti freddi, da mangiare con le mani o da staccare pezzo dopo pezzo (per esempio la torta di rose, per dirne una) sono diventati strumenti indispensabili per una gita al parco. E visto che in Italia regge principesche, ville e spazi verdi non mancano, non resta che azzeccare il meteo e scegliere dove piazzare il telo per sdraiarsi.

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